“Living History” di Hillary Clinton

Mentre anche l’editoria attraversa il difficile momento di tutta l’economia Americana, con bell’atto di fede, l’editore Simon & Schuster ha pubblicato le 575 pagine dell’autobiografia dell’ex-first lady ed attuale senatore dello stato di NewYork Hillary Rodham Clinton, “Living History” (Vivendo la Storia, $ 28) nell’eccezionale prima tiratura di 1 milione di copie, ed è stato premiato dalla vendita, record per gli USA, di 200.000 esemplari nel solo lunedì scorso, primo giorno di libreria del volume.
Nel solito gruppo di curiosi che caratterizza la vita sociale delle grandi librerie newyorkesi c’è chi lo riscontra con i precedenti impegni letterari della senatrice. Dopo “Ci Vuole un Villaggio”, un saggio sull’importanza del fanciullo e la sua marginalizzazione all’interno della società, sfruttato dai repubblicani per accusare l’allora first-lady di ‘pro-wealfare’ ed ‘anti-famiglia’; Hillary Clinton si era difesa con ‘Caro Socks, caro Buddy’ raccolta di lettere inviate dai bambini americani al gatto e cane presidenziali ed ‘Un invito alla Casa Bianca’ tributo allo staff domestico. Uno dei temi della conversazione è ovviamente la bazzecola di 8milioni di dollari di diritti d’autore, per i più già parte dei fondi a sostegno della battaglia di Hillary, ma tra due legislature, per conquistare la nomination democratica alle presidenziali.
Chiedo ai sempre loquaci newyorkesi che cosa cerchino nel libro. Ecco alcune risposte: una buona ragione per eleggerla presidente, quando si candiderà; l’ammissione di aver sbagliato a non aver sostenuto la riforma sulla sanità. E poi c’è la grande questione post puritana: quel gioco sotto il tavolo ovale, dopo aver conosciuto i cui dettagli in versione Monica, come non confrontarli con la versione della senatrice.
Passando dalle chiacchiere di libreria alle pagine, nello scritto la senatrice aspirante prima presidentessa USA tende a continuare il sistematico rassicurante appiattimento di sé stessa sugli stereotipi elusivi e standardizzati delle interviste televisive e alle riviste patinate modello Vanity Fair. Balza immediato il contrasto con la prosa elegante, viva, di Eleonor Roosvelt, anche perchè protagonista di un capitolo del libro, e modello ideale della senatrice. La scrittura in Living History è stata sterilizzata. Vi manca ogni palpito di vita autentica, anche se il gioco politico escludeva la possibilità di una schietta autoconfessione, come della Betty Ford che ha raccontato la sua lotta per uscire dalla spirale di psicofarmaci ed alcoolismo, tracciando così di sé un inciso ritratto.
Living History è un lungo, noioso discorso elettorale, e quindi un vero interminabile mantra di luoghi comuni, fin dall’incipit: “Non sono nata una first lady, o senatore. Non sono nata un avvocato, una moglie o madre. Sono nata un’americana”. A leggere queste memorie una considerazione d’ordine generale s’impone: l’America del politicamente corretto ha effetti devastanti anche sulle sue personalità eccezionali. Ed Hillary Clinton lo è certamente, se si riflette sulla sua vicenda fuor dagli stereotipi d’un buonismo nauseante: ogni volta che ricorda una tra le infinite cattive trappole con le quali gli antagonisti hanno cercato di mandarla politicamente a gambe levate (e sono molte), poi Hillary subito attenua e giustifica gli avversari, che si tratti di Nixon o Dick Chaney. E Bill? E’ il suo vichingo, l’uomo che, al di là di tutto, la sa far ridere e con cui continua ‘ad intrecciare una felice conversazione che dura ormai da trent’anni’.
Il libro è pensato per non porre questioni, ma dove le incrocia, per annegarle in un fiume di parole banali. Trionfo del luogo comune, non si cerchi quindi nelle pagine della senatrice la funzione della macchina partito democratico nell’ascesa al potere dei Clinton; o perché i documenti del Whitewater sono comparsi negli appartamenti presidenziali mesi dopo l’inizio del processo; quali sono i veri dati di fatto del Travelgate.
Il racconto della senatrice interseca anche un momento particolare della storia italiana contemporanea: quei giorni del G8 di Napoli quando la magistratura milanese consegnò il mandato di comparizione al Cav. Non se ne trova traccia nel racconto, che invece divaga sul piacevole soggiorno, la buona cucina, gli ammirevoli paesaggi. La Clinton incontra governanti italiani di centrodestra e centrosinistra, ma senza rilevarne la differenza: per lei sono tutti ottimi servitori della casa USA; non così il Vaticano. Nel racconto, a pg 299, apprendiamo di una alleanza della Santa Sede con i peggiori governi islamici per bloccare l’iniziativa dell’ONU, promossa da Hillary, a difesa dei dirtti delle donne.
Insomma, a spigolare, qualcosa s’apprende. E al trar delle somme, una constatazione: con quanta tenacia, mossa da determinata passione per il potere, Hillary Clinton abbia usato il ruolo di First Lady come pietra angolare per intraprendere una autonoma carriera politica. E lo confessa apertamente, unico momento di verità, nelle ultime pagine della sua autobiografia: “…dopo aver trascorso dieci anni con un titolo ma senza portafogli sono ora un senatore eletto dal popolo.”
Mentre il New York Times definisce l’interesse dei mass-media per il libro: ‘uno sforzo patetico a resuscitare un’epoca che non esiste più’: l’evo Clinton; la grande massa dei lettori americani sembra convinta che il meglio del clintonismo debba ancora venire: la presidenza Hillary. E che non sia soltanto una fantasia popolare sembra indicarlo l’impegno con il quale i tabloids e le televisioni in mano alle truppe repubblicane frugano nelle pagine di Hillary alla ricerca di almeno un’altro po’ di scandaloso.

Bona Ginevra Flecchia

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