“L’OCCHIO DEL MONACO”, poesie di Cees Nooteboom 
Traduzione di Fulvio Ferrari
(Einaudi, Torino, 2019)

 

Nooteboom è un grande scrittore, ma anche un grande poeta. In questo suo ultimo lavoro, tradotto splendidamente da Fulvio Ferrari, ci offre una prova davvero notevole, tanto disarmante è la sua bravura. Trentatré poesie, tutte con lo stesso rigoroso schema metrico, poesia che ruotano attorno a luoghi e temi essenziali della poesia di ogni tempo, poesie che sono visioni, sogni, materiale onirico eppure potentemente concreto, poesia che è energia linguistica, messa in scena di mondi complessi eppure così essenzialmente semplici.
La poesia di Nooteboom sa essere enigmatica quanto diretta e chiara, formalmente strutturata quanto libera e sorprendente. Il poeta, sin dalla prima poesia, ci guida in una sorta di viaggio notturno che ha come scenario una piccola isola del Mare del Nord battuta da un forte vento, illuminata da un faro isolato. Già questa è una situazione letteraria, poetica, teatrale ed esistenziale perfetta, che ci affascina e ci rapisce. E’ una visione che richiama il poeta alla scrittura ed è una visione espressa con un linguaggio perfettamente in equilibrio tra capacità simbolica e aderenza alla lingua “reale”. Non si tratta di stupire con un lessico misterioso, il mistero emerge dalla poesia in quanto tale, capace di creare mondi reali con la parola. “Nella notte vedo le luci sull’altra sponda/guardo gli angeli che sembrano conoscermi/vogliono prendere la mia coperta e in realtà anche il letto/in cui comunque non riesco a dormire”. Ci sono poeti, oggi, che si struggono nell’idea di creare un linguaggio “altro” e che si attardano in digressioni “sulla poesia che non è prosa che va a capo”…  Nooteboom va oltre e spiazza, e spazza via tutti.

Il tema delle visioni oniriche è, con spirito classico, intrecciato a quello delle visioni familiari, degli incontri con persone care, coi morti (sui quali il poeta si chiede “perché non ci lasciano in pace, i morti?/… assenti come/ fosse una professione… razza senza passaporto/né voce che irrompe nella nostra memoria”). “Sul sentiero tra le dune ho incontrato mia madre,/lei però non mi ha visto…. Sapevo che era vera per il rumore/delle conchiglie sbriciolate sotto i suoi piedi… Poi ho visto anche mio fratello e il mio fratellastro/in cammino con il mio stesso passato, /caos e inquietudine. Il Mare del Nord schiumava/selvaggio”.

Vapori, nebbie e trasparenze nel desiderio di stringere il cerchio della vita, di cogliere il senso del vivere, segnato da vuoti, errori, occasioni mancate “…Vorrei trovare>/ora un tesoro,/un dente di narvalo portato a riva, o dell’oro,/ e tutto tornerebbe a posto”. Ma è impossibile: e il poeta ci parla di questa impossibilità. La soluzione non c’è anche se noi l’attribuiamo ad un frammento, ad un reperto di sé, dimenticato dal tempo e dal mondo. La poesia di Nooteboom è come un muoversi in trance, nella sospensione del tempo, dei pensieri e la semplicità dello sguardo poetico è tutt’uno con la profondità delle risonanze.
I luoghi hanno, come detto, una grande importanza: il primo è appunto quello che accoglie il faro isolato (metafora della poesia stessa?) “faro ora abbandonato” in cui il guardiano “fingeva di esistere ancora” e il poeta si perde in questo paesaggio scarno, primordiale dove conta solo il “silenzio, fumare, scrivere, silenzio, la luce sulla duna”.

Questo intreccio tra descrizione essenziale dei luoghi, fantasmi di personaggi del passato che emergono nel paesaggio poetico (che ricorda Dante), ha qualcosa di specifico, di moderno: il trascorrere delle esistenze è sabbia sottile che ci sfugge e noi non ne comprendiamo il senso. Resta solo “il passare”. E nella quarta poesia ritroviamo tutto questo, in quadro in cui appare più chiara anche la struttura teatrale-narrativa (con una introduzione, uno sviluppo e una chiusa finale) di questa raccolta. Le ombre, di nuovo, dice il poeta “non mi vedono, mi passano accanto…/ Non capisco niente, le loro parole/volano via come suoni e svaniscono/ tra le onde come schiuma”.

Nooteboom mescola sapientemente la riflessione personale, dolente e raffinata, con l’incedere di un tono mitico, favolistico, come quasi fosse il poeta una sorta di eroe di un racconto epico: “Intorno a lui il canto di un coro/il vento uno strumento che l’avrebbe accompagnato. /Voltandosi vide l’sola come si vede/una nave, una forma che svaniva in un banco di nebbia/ che tutto nasconde”. Il tema del ricordo è centrale, ma è un ricordo disperato senza più dolore, un dolore senza più sofferenza, una forma di consapevolezza finale, senza scampo, senza enfasi o lacrime. “Accanto a un cespuglio di rosa canina ho visto/il mio primo amore: accovacciata come allora, /sotto un portone…/ Tra le sue braccia un’illusione, aria/ vuota d’una morta che ancora ha voce./…lo stridio di un primo desiderio,/ disperso e frantumato…/il cardo del non voler dimenticare,/portami con te, portami con te,/ ma dove?”. Il tempo è irreversibile e non basta il calore temporaneo della memoria, di cui però non possiamo fare a meno.

Nelle poesia di Nooteboom c’è sovente una sorpresa, uno spiazzamento emotivo che rivela una sapienza costruttiva del testo in cui la scrittura poetica, muovendosi dapprima come fosse in una stanza chiusa, trova una porta che improvvisamente si apre con la forza leggera e struggente della parola. “Qui incontro chiunque, demoni di altre/vite, animali d’un blasone dimenticato,… cado giù dal mio dipinto…Così tutto mi ritorna, /il pilota morto sull’albero, la vice di io/ padre che sapeva mangiare camminando, sento il suo/suono ma non le parole, lo so/ vuole andare alla sua tomba, ma non posso aiutarlo/ Non ne ha una.”

Questa forza della parola è un altro asse della raccolta. Molte poesie sono dedicate ad una sorta di riflessione sulla lingua e sulla funzione della poesia, sul ruolo del poeta. Ma, attenzione, Nooteboom non è mai pedante, mai autoreferenziale, mai inutilmente retorico. E soprattutto la poesia ha una sua dimensione autentica nel linguaggio che va oltre le banalità soggettive o le retoriche formali. “Prova, solo parole ormai, niente sentimenti, /il loro potere di essere se stesse, tu non esisti più/e ascolti soltanto, linguaggio rispecchiato nel linguaggio. /senti come lentamente svanisci, tagliato fuori”. La poesia sfugge al poeta stesso “pensavi di averle, di possederle, serve/ o schiave, ma loro cercavano altro, /lettere e suoni a te ignoti”. Il poeta è nella condizione di chi dice “imparo i segni/a memoria, e li trascrivo/ nella sabbia”, di chi cerca una risposta che non c’è o che si limita ad un puro suono, un grido antico, mitico, voce pura, canto del tempo, silenzio che risuona.
In questo Nooteboom ricorda molto Transtromer, cultori dell’insondabilità della lingua. E della vicinanza olistica, cosmica del poeta alle cose. “Un uccello vola, cade una piuma./Evento, la bilancia dell’universo/si inclina…/Ognuno è se stesso/ prima di pensare/…Le poesie non devono avere/punti interrogativi, devono domare/la follia, non negarla, devono/evocare la loro forma da pensieri vuoti/ fino a convertirsi in essi”. Cogliere le micro variazioni dell’universo, grande metafora della vita e rivincita delle piccole grandi cose salvate dalla poesia, che si propone come isola di resistenza proprio perché capace di convertirsi in vuoto, in nulla, capace di dire che “non rispondere è sempre una risposta”, di sapere che “tutto quel che dico è immaginazione” , che la vita e le parole “dormono nel loro corpo d’aria, così tanto nulla/in un silenzio”. In questo silenzio, tuttavia emerge la domanda centrale “entra nella casa del tuo nemico/e domanda chi sei” perché poi nel fondo delle cose ci sono solo le cose “cos’è l’immediatezza?/Contatto, la mano sulla pelle. Il senso della vicinanza/che non tollera un oltre”.
E così si liquidano milioni di elucubrazioni sul senso della vita e della poesia, e si apre una breccia nella logica delle cause e degli effetti, dei torti e delle ragioni, degli egoismi e dei solipsismi fasulli aderendo ad un vuoto leggero, quello necessario della parola che coglie l’essenziale che si nasconde perché ci dobbiamo rassegnare al potere della luce, quella materiale del paesaggio “scatto una foto ma non si vede niente,/un corvo vola nello spazio, bosco del Nord/con tanta luce”.

La poesia è tremenda, come l’angelo di Rilke, e il poeta per Nooteboom è un viandante di schubertiana memoria che coltiva “la poesia del dubbio” nella strenua ricerca di una “traccia da seguire, linguaggio come tela di ragno/ma intessuta col ferro, pensiero a cui l’orecchio/ si trattiene a stento…/specchi che cercano i pensatori…/un uomo che voleva volare/ in un tempo del non ancora”. Così il poeta trova la sua utopia proprio nella lingua, nell’arte “visibile istante/in cui il tempo non misura/quel che svanisce”. Questo oscillare tra dissoluzione e creatività, tra niente e tutto non è una figura retorica, ma la stessa condizione della poesia vera.
La poesia è “un nulla che vuole altro” pensiero lirico alieno al mondo che però così agguanta il mondo da un punto di vista originale, primordiale, autentico nel suo smarrimento. “Siamo quel che c’è/numeri con un nulla alla fine…/siamo noi”: colpisce, come detto, la semplicità complessa di questi versi, la loro forza gnomica e lirica insieme. Il poeta vive col suo “baule di lettere”, “una lingua che non parlo, che ascolto”, terra che si fa acqua, “scintillante superficie/su cui camminano verso la parola/ dell’orizzonte”.

La raccolta si chiude con tre poesie dolenti e lucide: il poeta vede “la sua / vita trasparente in una trasparente /morte” e si appresta a chiudere il discorso, il viaggio di un “cacciatore di relitti”, archeologo di se stesso e della cose finché non resta poeticamente, ma anche teatralmente (oltre che esistenzialisticamente) solo “il mormorio del mare”. Ripetuto tre volte.

Stefano Vitale

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Note sull’Autore
Cees Nooteboom, nato a L’Aja nel 1933. Tra i suoi titoli più recenti, In viaggio verso Jheronimus Bosch (Jaca Book); Lettere a PoseidonTumbasTombe di poeti e pensatori e Cerchi infiniti. Viaggi in Giappone, tutti e tre pubblicati da Iperborea. Letterato fra i più importanti del panorama europeo,  l’11 settembre 2016 gli è stato conferito il Premio “Lerici Pea” Alla Carriera.
Per Einaudi ha pubblicato la raccolta “Luce ovunque” (2016)

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