Nessuno si salva da solo
Mondadori 2011 – pag. 189, € 19,00

Siamo alla solite. Tra un copioso resto di qualità così così, Mondadori propone nella prima metà del 2011 anche, soprattutto, un romanzo indecente. Non certo e non solo per il lessico triviale adottato dall’autrice Margaret Mazzantini, ma perché “Nessuno si salva da solo” è un racconto senza trama e, se una parvenza d’intreccio c’è, racconta l’ennesima storia di una coppia scoppiata, dove il tutto si riassume in una ridicola cenetta riparatrice tra coniugi divorziati che finiscono poi per rinfacciarsi – quale sorpresa! – gli errori e le miserie della passata convivenza.

La narrazione avviene attraverso il pensiero dei due protagonisti mentre, davanti ad un menu ad altissimo tasso d’acidità, intrattengono un dialogo squallido e banale. E’ tanto imperante quanto ricorrente, poi, il vezzo della Mazzantini d’inventare i personaggi più antipatici della letteratura (se vogliamo prodigalmente chiamarla così) italiana di oggi.

In “Nessuno si salva da solo” abbiamo infatti una “lei” presuntuosa e pretenziosa, evoluta quanto basta per piangersi come intellettuale mancata, ma non colta a sufficienza per potersi realizzare nel milieu dei veri sapienti. Delia è inappagata, spesso isterica, piena di risentimento, pronta a scaricare addosso al mondo ogni sua sconfitta, compresa quella d’essersi innamorata di un “lui” che finirà per rivelarsi – che sorpresa! – assai al di sotto delle aspettative. Gae, infatti, è un soggetto modesto modesto vuoi come individuo, vuoi come marito e padre: l’autrice gli cuce addosso tutti gli stereotipi del maschio italiano deteriore, e non gli concede di affrancarsi dal triste ruolo in nessuna delle sue dimensioni; irrealizzato nel lavoro, sfuggente e codardo nei sentimenti, compagno traditore, padre distratto e, dulcis in fundo, portatore di una marcata beceraggine che gli dà il colpo di grazia.

Ma ci sono due bambini – che sorpresa! – a fare le spese di tanta pochezza genitoriale; e sono gli unici due personaggi che, forse in quanto appena sfiorati, conquistano la commiserazione del lettore. Gli tirano fuori un sentimento, insomma; un palpito: per il resto, sul fronte emozionale, il romanzo non è in grado di suscitare il benché minimo coinvolgimento, né della mente, né del cuore. Sopra al finale, forzato al limite della comicità, non si capisce se ingenuo o semplicemente scemo, è bene stendere un pietoso velo.

Di fronte a questa complessiva pochezza, però, qualcosa è d’obbligo rimarcarlo. Avete presente Margaret Mazzantini? Parlo del suo aspetto fisico, che ci è giunto spesso attraverso TV, foto, presenze filmate a grandi eventi letterari, ecc… Beh, converrete che è una bella signora sui 50 anni assai ben portati, longilinea, quasi eterea, italiana ma con un tocco “very british” proveniente, invece, da madre irlandese DOC. Ben quattro figli nati dal matrimonio con l’attore Sergio Castellitto, Margaret viene da una famiglia di artisti, ed artista si rivela subito in qualità di attrice per poi virare, con più fortuna, verso la scrittura.

Questa specifica concentrata per lo più sull’aspetto fisico della Mazzantini, contrariamente alla logica ha molto a che vedere con la recensione del suo ultimo libro; così come c’entrano pure le sue radici italo-artistico-irlandesi. Non ci si capacita, infatti di come codesta signora, dotata di una grazia quasi severa, madre e moglie mai pubblicamente chiacchierata, possa scrivere un romanzo impugnando la stessa penna di uno scaricatore di porto, forse di un coscritto in libera uscita, oppure di una quindicenne intenta a superare il linguaggio porno-adolescenziale di Melissa P.

Per carità, chi si stupisce più del turpiloquio!, ma quando un romanzo ne fa sfoggio in misura così eccessiva e superflua, allora possiamo pure rimanerne sorpresi, soprattutto se chi lo usa ricorda fisicamente una Mary Poppins ammodernata, intellettualizzata, elegantemente sensualizzata.

“Nessuno si salva da solo” è, in sostanza, un narrato nel quale figurano per 71 volte la parola “cazzo” e, tanto per inframmezzare con la stessa squisitezza, 99 volte scurrili espressioni quali “baci sul culo – scopate senza eiaculazione – mutande cacate ovunque – mondo che t’incula – Paese di merda (nella fattispecie è riferito all’Italia) – caricare gli sci sul culo del diesel – pozza gialla di piscio nel ghiaccio – camicia sputtanata dal caffè (?) – aveva scorreggiato come un mulo – come una bevanda sgassata senza un vero rutto – una scorreggia dietro al culo – gli ha succhiato l’uccello – merda lastricata a strati – raccogliere tra la cosce – paraculo da due soldi – quello si caca in mano”: senza contare l’esubero di masturbazioni, fiche, stronzi e puttane fottute sparsi qua e là negli edificanti dialoghi.

Sempre che si arrivi alla fine del tomo senza aver dovuto ingoiare un farmaco anti-nausea, viene da porsi una domanda: perché la Mazzantini, volutamente, opta per uno stile di scrittura così sgradevole, oramai obsoleto, figlio di un ’68 dimenticato e sepolto da più di quarant’anni? Chissà, forse la strategia editoriale è meno studiata a tavolino di quanto ci potremmo aspettare dalla vincitrice di un premio Campiello. L’altra ipotesi è che, mancando del tutto la storia, l’autrice voglia mettere del pepe sopra il fumo di un arrosto inesistente. E’ possibile ancora che, questa volta più che nei romanzi precedenti, la Mazzantini scelga di scrivere proprio come pensa e come parla nella sua quotidianità: ma ci si esprime ancora così negli ambienti romani pseudo-acculturati e/o pseudo-à la page?

Strategia mirata o naturale inclinazione, sta di fatto che si rivela vincente, perché il romanzo figura al sesto posto nella classifica dei dieci libri più venduti in Italia nel mese di giugno. Come capacitarsi poi di una simile aberrazione, è tutt’altra cosa: determinante non è più l’opera in sé, ma il masochismo dei troppi lettori nostrani che comprano a scatola chiusa i nomi e i titoli che sono più promossi, pubblicizzati, spinti su di un mercato letterario che oramai funziona come quello dei dentifrici, dei cellulari, delle merendine per scolaretti obesi.

Un prezzo di copertina di 19 Euro per tanto ritrito, dozzinale, inutile e triviale nulla, però, è davvero eccessivo. E va soprattutto al di là di qualsiasi tollerabile misura la presa per i fondelli nuovamente perpetrata a danno di chi nutre ancora un minimo di rispetto verso l’arte del narrare, verso la nobile tradizione del romanzo; italiano, straniero, globalizzato che sia.

A/6
giugno 2011

Inoltre: da “Internazionale” del 19/3/2011, l’articolo di Guido Vitiello ‘Diamo lo Strega a Gigi D’Alessio”.
Da non perdere!
http://archivio.internazionale.it/?p=33667

 

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