“Nudità” di Fabia Ghenzovich
(Libreria Editrice Il Leggio, Chioggia (Ve), 2020)

La nudità della lingua e la poesia del “sentire”

…..La collana “Radici” diretta da Gabriela Fantato offre sempre testi interessanti, frutto di scelte editoriali meditate. Fabia Ghenzovich, nata a Venezia dove vive, è poetessa con una lunga storia personale e letteraria. Ma in questo libro è come se la poetessa avesse deciso di focalizzare la sua attenzione creativa proprio sulla poetica che anima il suo lavoro letterario.

…..La nudità è la metafora potente della silloge. La scrittura tende all’essenziale, si presenta “nuda” direttamente concentrata sull’istante del suo darsi. Il tema stesso dell’istante, come augenblick della vita, domina questi versi. Anche le altre tematiche affrontate nel libro aspirano a manifestare e cercare il proprio punto essenziale di definizione, la propria nuda essenza, essere segno di un autentico sentire.
Già perché è del “sentire” che qui si tratta. La poesia di Ghenzovich respinge, in prima battuta, ogni approccio cerebrale. Quello che conta è il sentire, il cogliere con le antenne della poesia e della parola il fluire delle cose, della realtà. Non si tratta di auscultare l’interno solipsistico del sé, ma di tendere l’orecchio dell’anima verso le cose. Il che è “poeticamente” molto diverso.
E che sia una scelta precisa, una visione del mondo, perlomeno di quello poetico, lo si comprende sia dalla prima poesia. “Qualcosa/ si frantuma. Neppure/ io mi riconosco. Cade/ un muro e si rovescia il secolo/per ricomporsi in un azzardo”. Non ci sono più grandi narrazioni, ci dice la poetessa, possiamo solo affidarci ad una “messa a fuco/istantanea delle cose.” Si è così “contigui al vuoto/dell’ignoto”, ma dobbiamo confidare nel lascito residuo della memoria per un “vibrante dialogo” e tendere “alla libertà/ di una parola nascente”. La poetessa ha fiducia nella parola, nella possibilità della parola di svelare il senso nascosto delle cose nell’istante del loro esserci. Il fatto è che la parola è cultura, è organizzazione del pensiero, è controllo dell’emozione. Anche Fabia Grenzovich non sfugge a questa necessità: la parola fissa una voce, anche se si propone di essere una testimonianza di libertà contro ogni “parola vassalla”.

…..C’è una volontà etica di autenticità, di libertà in questa silloge. Crollate le grande certezze metafisiche e storiche, si resti concentrati sull’accadere, non ci si lasci travolgere dai fatti, si cerchi la verità, l’autentico, ciò che è importante e non ci si faccia ammaliare dalle mistificazioni della doxa o peggio dalle manipolazioni dei potenti.
La parola è “custode dell’istante” e “non veleggia per sublimi/spazi/ astratti del pensiero”, ma si sofferma su ogni “tenero stupore”. La nudità emerge come “voce pulita” che si libera dai condizionamenti, dai pregiudizi, dalle astrazioni. E Fabia Ghenzovich ci introduce, in un certo senso, anche nella sua officina poetica spiegandoci come nasce la sua scrittura: “… un verso. Talvolta/ inaspettato invita/ alla luce lungo ogni filamento/d’inchiostro ogni osmotica/membrana di un corpo/ celeste” (pag 23). La nudità è “il cortocircuito/ di una carezza (pag. 26), è l’incontro con “una fotografia spina e piuma/ che dentro fa rumore” (pag. 27).
Come si diceva, c’è una spinta etica che emerge. Non si pensi ad una poesia di pura elegia (che pure qui e là affiora come nella poesia “In te la luce un coro” di pag. 25 o in “Siamo tornati ai luoghi” d pag. 17), oppure ad una “metapoesia” autoreferenziale tutta impegnata a descrivere la propria idea di poesia, appunto.

…..Ghenzovivh non trascura i suoi temi preferiti: si veda “Amor mundi nella luce” (pag. 29) in cui la forma di religiosità terrestre del “pane buono/ del giorno in parti uguali/ divide quello che resta” si contrappone  “alla cieca più feroce e guasto/ per stupro di bellezza il male/ all’apice con volto d’uomo”; si veda anche “Sposa bambina/ rannicchiata nella tua ferita” (pag. 30) in cui colpisce l’immagine della “trafitta farfalla” riferita appunto alla violenza subita dalla giovane donna. La poesia coglie e scolpisce lo sgomento dinnanzi al male: “Lascio la scena con le vesti/imbrattate del rosso/ che scolora nel regno in cui sola/ mi incammino” (pag. 31) specchio di una denuncia della condizione della donna che fa parte dei temi di Ghenzovich (si veda il libro “Totem” (2015).
Interessante poi la poesia di pag. 34: “Così mansueto/ il gregge indispensabile al bene/ comune così comune alla maggioranza/ la maggioranza che ami/ sbaglia che si lascia/placidamente governare/… belando a testa/ china così come servi senza mai/ troppo disturbare”. Un bell’esempio di poesia “civile” a bassa voce, ma intensa e precisa nella sua immagine, certo già nota, ma opportunamente qui rivitalizzata grazie alla chiarezza della lingua. E si veda “Dilla la pace chiamala/ per nome come l’amica/ più cara” (pag, 35) e ancora la denuncia di chi “chiede/ il conto sempre a proprio/ tornaconto tra fazioni/ di pensieri/ e patteggiamenti.” (pag. 38).

…..Fabia Ghenzovich ci offre poi un saggio della sua capacità di essere leggera e ironica: “Ha pareti/ di nuvole la mia casa” in cui “la porta” è “avamposto dell’ignoto” che si concretizza “sulle tracce del nuovo/ supermarket che ha il nome/arcaico di un amico guerriero / barbaro/ CONAD! (pag. 40 e 41). Oppure quando scrive di “un androide il mio/ domestico di nuova/generazione sempre presente/ a un bip”, ma “con la sola più umana trasparenza” di una lacrima “effetto digitale” (pag. 45). Sino a parodiare in chiave vagamente futuristica il tema dell’amore: “Amore/canto afono per assoli/ esistenziali/ amore che annaspa/… ovazione d’una cantilenarepplay/ replay/replay/ replay” con insert in inglese quali” come on baby” e “light my fire/ sorridi/amore/ noi non siamo/mai stati” (pag. 47)

…..Anche in questi flash su temi diversi quel che conta è prendere posizione per una poesia sensibile, vigile all’idea che “la libertà arriva nuda” ( pag. 33), disponibile al messaggio che dice “soprattutto accoglila/ di traverso l’ombra”. Perché la cifra del libro sta negli interstizi dei versi: “Confondendomi/ caddi un giorno/ in una lacrima/ per l’incontenibile/ trasparenza (pag. 42) oppure in “Un contrarsi l’ultimo/ flebile ardere sul confine/ dove sussurrano i morti” pag. 36).
Versi brevi, versi spezzati, con un uso ossessivo dell’enjambement come a voler sottolineare il ritmo arduo del passo poetico, per ricordarci che nulla si raggiunge con una semplice piana passeggiata, tantomeno la “nudità”. Versi quindi in cui conta abbandonarsi al suono, al verso, all’istante che ci coglie ed è colto nel lampeggiare fragile e discreto della parola. E così riparte il sogno di istanti lievi: “Su queste acque/ del Sile un cigno/ vorrei essere ora” (pag. 48); di immagini del paesaggio: “Segna/ la linea di mezzo/ il limite/ al di sopra assonante/il cielo/ al di sotto/ si apre salato/ il ventre del mare” (pag. 50).

…..Trovo significativi questi versi: “Piccole/ rinunce/ muta/ di piume nient’altra/ quiete che un crollo/ di farfalle” (pag. 52) Sono versi in cui Ghenzovich fa girare a vuoto (in senso kantiano, quindi estetico) la parola che si rispecchia nel suono, nel ritmo, nel rincorrersi di immagini in cui la metafora stessa è il destino del dire poetico.
E’ come se la ricerca dell’istante felice arrivasse a sfiorare la poesia stessa come “esercizio” d’ascolto. La poesia fa capolino tra le cose ed è come “se aprendosi/ a luce generasse intera/la luce che il creato accende/ nel crogiolo/ di ogni piccolo fiore” (pag. 54). E’ questo il modo della poetessa di “scampare all’ingombro/ dell’ovvietà” amando “l’imperfezione”, sfuggendo ai grandi sistemi metafisici che possono inquinare la freschezza della poesia pur nella consapevolezza che il poeta ricrea il mondo, lo reinventa anche magicamente e quindi sempre con un margine di errore, di finzione: “In bilico sul palmo/ della mano luna/funambola così vicina/ da poter credere/ d’essere del mondo/ i prestigiatori” (pag. 57). La poesia sa e può creare uno sfasamento prospettico, è un abbaglio ottico, eppure necessario per poter vivere, per poter “sentire” di vivere. La nudità non può fare a meno del velo della lingua.

…..Stefano Vitale

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…..Note sull’Autrice
Fabia Ghenzovich è nata a Venezia dove vive. Suoi testi sono pubblicati nella riviste “Le voci della luna”, “Poesia” (a cura  di Roberto Carifi ),  “Il Segnale”, “Inverso” ,“La mosca” di Milano , “Il tetto” ,“Il foglio clandestino”con testi in dialetto veneziano, su numerose antologie nazionali e in blog trai quali “La dimora del tempo sospeso” di Francesco Marotta, su farapoesia recensione di Vincenzo D’Alessio, blanc de ta nuque blogspot a cura di Stefano Guglielmin, recensione di Anna Maria Curci su Mutter courage , Poiein di Gianmatrio Lucini, sul blog Antoniobux wordpress.com di Antonio Bux,  “Passaggio d’anime” di Fiorella Derrico, Words Social Forum a cura di Meth Sambiase, Carte sensibili di Fernanda Ferraresso, “Corrente improvvisa” di Matteo Bianchi e su Senecio.
Ha partecipato alla prima Biennale di poesia “Officina della percezione” premio Lorenzo Montano–2004 a Verona –e nel 2005/2006 al FestivalVerona poesia.
E’ interessata alla poesia e alle sue possibili interazioni e contaminazioni  tra i linguaggi dell’arte e in particolare con quello musicale, come nel caso di “Metropoli”, testi musicati in stile rap, con più rappresentazioni a Venezia, Mestre, Padova e Milano. Ha  pubblicato per la Joker edizioni il libro “Giro di boa,” 2007 e “Il cielo aperto del corpo” ed. Kolibris. 2011.
Nel 2016 l’ebook “Totem” su La Recherche.it e “Se ti la vade contro luse” (supernova 2018, in dialetto veneziano.

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