“Passo dopo passo” di Alain Elkann

A casa mia vige da sempre un detto: “Non si spara sulla Croce Rossa”, ma ormai non è più possibile restare impassibili di fronte all’ultimo capolavoro di Alain Elkann, miscellanea di sublimità e abisso di profondità.
A parte l’elegante copertina a strisce bianche su cui si sta arrampicando un bimbo dall’equilibrio decisamente instabile che dà l’impronta al volume, pagina dopo pagina tutto è un florilegio di banalità: tripudio di inconsistenza, vacuità e cattivo gusto in un momento in cui ci si aspetterebbe almeno un po’ di decenza.
L’esergo “Avrei voluto volare, ma purtroppo non ero un uccello, ero un bambino” richiede immediata una domanda: “Proprio sicuro?”
Ma c’è una seconda massima, anche questa sublimemente autografa “Non si vive mai la vita che si vorrebbe vivere perché non si sa mai fino in fondo quello che si vuole”. Nuova domanda: “Proprio sicuro?”.
Bisognerebbe spiegare al novello Fitzgerald che alcuni abitanti della terra, un po’ meno frastornati dal continuo guardarsi allo specchio e mandarsi baci, nascono, vivono e muoiono secondo un proprio programma – non solo cromosomico – ben definito, sapendo ciò che fanno e facendo ciò che sanno con precise scelte. Certo hanno iniziato presto il loro viaggio interiore, non sono passati da un salotto all’altro (si fa per dire) e soprattutto sono privi di quel difettuccio chiamato invidia che fa vedere sempre più verde l’erba (!) del vicino.
Questi terrestri sono equilibrati, non pensano a come approfittare di ogni occasione e sono consapevoli che il vero successo è frutto di grandi sforzi, determinazione e molta, molta onestà.
Ma c’è chi è di opinione contraria: Stefano Bucci, per esempio, dal Corriere della Sera tuona “Questo libro raccoglie le nitide riflessioni di uno scrittore che si confronta con se stesso e vuole radiografare l’intima realtà della condizione umana”.
Cielo! Sulle parole lucidità, nitidezza, riflessioni nutro molti dubbi soprattutto procedendo, passo dopo passo, sempre più allibita dalle confessioni dell’autore che candidamente afferma:
“la vita è sempre stata un susseguirsi di equivoci e per questo bisogna avere pazienza”. Oppure “penso e ripenso e finché penso nessuno sa a cosa penso”. O ancora: “restano dei pensieri molto lenti e nebulosi” e “una volta ho scritto sette volte l’incipit di un romanzo”.
Ma non basta!
Il sublime giunge quando l’insigne scrittore (diventato presidente del Museo Egizio per chiara fama) si inoltra nel misterioso campo della fede: “Ho avuto il privilegio di andare in udienza da Giovanni Paolo II quando era già molto provato. Era gentile, sembrava di buon umore, interessato alla cultura, ai libri”, fede che però a volte può vacillare: “Giovanni Paolo II ha dato la benedizione in mondovisione, aveva l’aspetto affaticato, ma secondo me stava meglio del solito.”
Che dire?
Stabile è oramai il lamento di editori, librai, edicolanti, autori, traduttori e addetti ai lavori: non vedo che cosa ci sia da stupirsi dato che contrariamente a quello che pensa la lobby di pseudo-intellettuali, il lettore non è stupido ed è veramente nauseato da tutto il mercimonio di basso livello. Il fatto che le grandi case editrici possano imporre autori inesistenti, pagare recensioni, comparse in televisione, bloccare vetrine nelle librerie, ma soprattutto tengano in pugno a mo’ di piovra la distribuzione non significa che possano dare un prodotto accettabile per il lettore medio, quello che non vuole più di essere trattato da minus habens.
Il lettore medio ha imparato ad entrare in libreria, a sfogliare le pagine dei volumi a lasciarsi coinvolgere dalla lettura, a non gettare il denaro in libri che hanno il solo pregio di presentarsi con copertina cartonata e appartenere a casa editrici che dovrebbero essere una garanzia: investe nella propria cultura acquistando ciò che è sicuro possa avere una certa consistenza, lasciando sul bancone quello che – ahimè – chiamano “letteratura” ma che oramai è solo una ordalia di tanto pattume. Il lettore medio non si fida più dei soliti percorsi: riconosce il solito recensore che recensisce il solito recensore che lo ha recensito.
Rimane una sola speranza: Elkann, cinguettando “Scrivere può voler dire non essere capiti”, ci rassicura del fatto che anche lui sa quanto sia incomprensibile che una casa editrice possa pubblicare i suoi testi e continuando con “non aver successo, essere criticato, essere mandato in esilio o galera” ci fa sperare. Forse un giorno, chissà, capiterà davvero?<

Excalibur

 

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