“Ricami su ferro” di Age Mishol
(Giuntina, Firenze, 2017)

La poesia di Agi Mishol rispecchia la storia di una generazione che attribuì alla letteratura, alla poesia in particolare, un ruolo fondamentale per la costruzione di una nuova “identità ebraica” dopo il disastro della Shoah. Naturalmente ciò avvenne mantenendo un rapporto con le fonti della tradizione, ma Agi Mishol rappresenta bene quel tipo di poeta che prima di tutto “è un poeta”, proprio perché ingaggia con ha nella lingua, nella scrittura il suo impegno principale, al di là delle costrizioni o delle tradizioni.

In una bella intervista pubblicata su “Eretz” il 6/1/2016 (visibile su moked.it) Mishol ad esempio, dice:

“Il sionismo è un movimento, e come ogni movimento nasce, dura per un certo tempo e infine cede il posto ad altri movimenti. La lingua invece è un organismo vivente. La rinascita dell’ebraico è una grandissima realizzazione del sionismo, ma allo stesso tempo l’ebraico ci porta continuamente in luoghi nuovi, è qualcosa di vivo, in perenne divenire. I poeti hanno antenne particolarmente sensibili per tutto questo. Di ogni parola nuova mi chiedo come suonerebbe all’interno di una poesia.”

Partiamo allora da qui per cogliere i temi e lo stile di questa importante poetessa che, finalmente, possiamo leggere in italiano.

Il mondo poetico di Mishol, come detto, trova una solida base nel fatto che il suo “fare poesia” ha la consapevolezza di essere appunto “letteratura”, ovvero uno sguardo di “secondo livello” sulla vita e sulle cose. La poesia ha il compito di dare una lettura del mondo reale: quello interiore dello scrittore, quello esterno delle cose e della vita, quello del tempo e della società in cui vive e scrive. Mishol è capace di tenere insieme tutto questo, senza mai cadere nelle trappole della retorica o del “rispecchiamento” passivo, senza lasciarsi ammaliare dai facili lirismi o da fughe nell’autoreferenzialità dell’incomunicabile. Certo anche lei muove dalla sua esperienza esistenziale, tiene conto del punto di vista di intellettuale, e del fatto di essere appartenente ad una generazione ben definita. Ma anche nei suoi testi più apertamente autobiografici, Mishol non indugia mai nelle rassicuranti acque del memorialismo di facile presa emotiva o ideologica. C’è sempre un senso di responsabilità nell’aprire l’orizzonte del discorso e andare oltre, scendendo nel profondo o volando più in alto delle apparenze o delle convenienze.

Lo stile di Mishol si affianca così a importanti esempi. Talvolta ci ricorda, e non ci pare di esagerare, il passo poetico di Wislawa Szymborska: la stessa capacità di spiazzare il lettore con la sua apparente ingenuità e semplicità di temi e di linguaggio, la stessa vivace intelligenza lirico-ironica e al tempo stesso riflessiva, la stessa lucidità nel denunciare la stupidità e nell’esprimere lo stupore dinnanzi allo spettacolo-miracolo del mondo. In altri momenti ricorda Charles Simic per la sua capacità di creare una poesia narrativa, ma folgorante; per l’approccio diretto, materiale al testo poetico. Altre volte per la cura dei dettagli linguistici, per l’incedere solenne e sagace dei versi, per il suo sapersi sorprende dinnanzi alla vita apparentemente inerte degli oggetti, ci ricorda Zbigniew Herbert.

Il linguaggio che Mishol usa, come detto, è semplice, discorsivo, ma mai banale; talvolta il ritmo è spezzato, ritmato come a seguire l’intermittenza del pensiero e della vita. Perché questa è prima di tutto una “poesia dello sguardo” che ci offre una visione dell’esistenza, che ci appartiene, che riguarda tutti, al di là delle culture e delle storie personali. Qui sta l’universalità di questa poesia, in grado di unire, collegare, legare.

Siamo fatti della stessa tristezza/della vista” e benché “ognuno è impegnato sui propri codici”, così la lingua è un rifugio, un mantello magico che protegge perché “nulla ti mancherà / se ti lasci assorbire dalle lettere”. La scrittura sembra debole, ma in realtà è una forza “poiché sono una poetessa e so/ come una formica/scendere agli inferi con una pagliuzza/ e risalirne con un chicco di grano”. Non ci sono richiami a potenze demiurgiche, semplicemente occorre appoggiarsi a qualcosa che ci accomuna e la poesia permette di compiere questo passaggio, questo percorso.

Quando l’immaginazione è sazia/ e i miei occhi cacciatori si riposano ormai/ nella cavità della testa”: è qualcosa di più che la descrizione di una sensazione, è un modo di essere che emerge e che permette di dire anche “il pensiero non concupisce/ i propri contenuti/ dunque sono qui/tra gli alberi e i non alberi/ la mia porta è spalancata/ e tenera è la notte è benvenuta in casa”. Il poeta è in posizione di disponibilità, apertura e non c’è bisogno di viaggiare, di affaticarsi a destra e a manca: “non vado da nessuna parte… la pigrizia che mi abita vuole persistere…” perché si sente troppo “malandata per sradicarmi/ dai miei contesti”. Non è solo una dichiarazione di appartenenza, è anche una posizione di attenzione, di cura.

Così la poetessa si prende cura “degli oggetti respinti” che accumuliamo dentro casa o degli “oggetti orfani” che hanno “trovato rifugio” in “un ordine dentro di me”; si commuove vedendo “il chiosco del signor Gross” e pensando a “quanto si è allontanata la mia vita/ da questo bancone incantato”; ci ricorda che “il corpo ha bisogno di tempo per cogliere/ ciò che la testa ha deciso”; si sorprende a osservare un cagnolino che “ancora non capisce di essere stato abbandonato” o l’avventore di un caffè “seduto come un segnalibro/chiuso in se stesso”. Ogni fatto può essere importante, se posto nella giusta luce della poesia e della parola che diventa lo spazio e lo strumento per comunicare.

Nell’intervista che abbiamo citato, Mishol dice: “Nella mia poetica chiarezza e comprensibilità sono un valore molto importante, perché la poesia è comunicazione, dialogo. Allo stesso tempo però la lingua che uso è leggibile secondo più livelli interpretativi, come nella tradizione ebraica del pardes. Al livello del significato letterale è semplice, simile a quella parlata, ma se si guarda al di sotto della superficie, ci sono anche remez, drash e sod. Come nella cassa armonica di una chitarra, è possibile sentire risuonare tutti gli strati della lingua, fino alla Mishnah e al Tanakh. Ogni parola porta con sé un’intera famiglia di associazioni. Ci si può fermare al livello letterale, ma chi è in grado può ascoltare l’eco di significati lontani. Una delle cose che amo di più è incrociare diversi registri che si parlano in una composizione sorprendente. Per esempio giocare con l’alternanza di biblico e slang. Perché l’argomento fondamentale della poesia, di qualunque cosa essa tratti, è la lingua stessa.” I grandi poeti hanno questa stratificazione di letture, questa possibilità di feconda ambiguità interpretativa che si dispiega come una vela in quest’autrice.

Nella poesia “Verso sera”, Mishol ci prende per mano e ci presenta i suoi autori preferiti: Youcenaur, Saramago, Pessoa, Stevens, Kavafis, Transtromer, dicendoci così che il suo mondo poetico guarda lontano. Ma lei non esibisce padrini o padroni: “sono qui,/recipiente del momento/senza alcuna domanda”. E’ questa sorta di epochè che le permette di uscire dal guscio potenziale e di cogliere elementi poetici nuovi e fecondi. “Allora cosa abbiamo avuto?”, così si apre una sua bella poesia che ci incanta con “un requiem di cicale,/pecore rosa sul pendio dei cieli”, perché è “la vita che turbina verso sera nei frammenti di rondine” che le interessa, è “la vita che soffia ora nella piccola armonica del cuore”, è la possibilità di raccontare un dettaglio, di stupirsi dinnanzi ad uno splendido limone, di gioire per “quanto sono state buone le decisioni/ che infine non abbiamo preso”.

Mishol scrive che “la vita si è contratta in una piccola stanza/una sedia, un letto, un tavolo e i libri/ come un cimitero su più piani-/stanno ancora diritti, spalla a spalla/sugli scaffali”, che “non devi sradicare la gramigna/solo perché non è un fiore/ e prima di sollevare una pietra/ricordati che è un tetto”. La poesia è un punto vista speciale che ci permette così di assumere anche il punto di vista degli altri, delle cose, della natura.

Questa adesione ad uno speciale “principio di realtà” poetico fa sì che i temi della sua poesia siano attraversati dall’ironia (“come allora quando ballai/ al ritmo delle rotative/ me Dio era il DJ” – “”Questo culo che mi si rivela a sorpresa/ in uno specchio di fronte ad uno specchio/…è a quanto pare il mio:…), ma anche da una bruciante inquietudine che impedisce alla poesia di cadere nella semplificazione o nel banale: “gli abitanti della casa respirano come un gregge/…e sotto l’abisso/ un nucleo incandescente di stanchezza”. In un’altra poesia scrive “siamo tutti qui/ quelli tra di noi caldi che scorrazzano sulla superficie della terra/ e quelli freddi seppelliti ormai nel suo ventre/…” ; un’altra ancora si apre col verso “Siamo il preciso strumento a fiato/ della solitudine”. In “Giaffa” troviamo scritto: “la maggior parte del tempo siamo alle prove/ o spiegazzati in sala di montaggio/ e tutto il fardello dell’alienazione è su di noi”. La concretezza e la semplicità mettono Mishol al riparo da ogni enfasi poetichese, senza rinunciare al dubbio, senza perdere di vista la sofferenza della condizione umana, valorizzando la capacità di cogliere ciò che sta in posizione sghemba, obliqua. La sua poesia è attenta alle aporie del reale, alle sue incertezze in una sorta di ansia esistenziale che supera, con leggerezza e al tempo stesso con lucida durezza, le false dicotomia tra pessimismo ed ottimismo.

In Mishol convivono così elementi onirici, visioni, sogni e realtà concreta, quotidiana: “mi sono svegliata airone”, e altrove “e l’anima, come una lucciola/balugina, balugina”; e ancora “nessuna amante competerà/con la dolce malinconia del mio impulso alla solitudine”. Il fatto è che le interessa la vita, quella che si “dibatte nel ventre trasparente del geco/ …si muove nel grano…/si torce nel corpo delle vipere a maggio/…la vita il cui segreto scintilla dall’ingegnosa tela del ragno”, quella degli oggetti, quella dei colombi “che sono una piaga”, quella non considerata di un asino bianco usato per far esplodere una bomba che non ha prodotto vittime se non l’asino stesso. Il desiderio di volare, di essere altrove si intreccia sempre con l’attenzione per le cose della vita quotidiana.

L’amore e il sesso ne fanno parte: “ i freschi frutti gonfiano…./ è il momento in cui stende la moglie/ la mano/ e con un dito copre/ la linea semplice/ tra le sue gambe/ con un dito mette a tacere/ il tunnel della vita”. Il tema è ripreso nella poesia “Notturno III”. Poi in “Moment III” scrive : “ e di nuovo fare l’amore sulle bianche lenzuola di carta/ del blocco/ con una fitta trama/ di lettere dell’alfabeto”… trasferendo il tema del sesso metaforicamente a quello della scrittura, del poetare, argomento su cui spesso Mishol ritorna, come in “La poetessa risponde alle domande del pubblico” dove de-scrive proprio il suo modo di fare poesia chiudendo coi versi “Prende tempo/ far tacere il contenuto dei pensieri/prestare ascolto soltanto alla fonte che zampilla/ e allora nel silenzio calare un filo a piombo./Sono stata chiara?” Oppure in “Lezione di scienze naturali” dove la metafora per la poesia è quella appunto naturalistica: “L’inverno ha fatto volare via dagli alberi/ogni poesia…” e nell’attesa della bella stagione “l’alleluia di uccelli/ e il ronzio di api” sono il segno che anche la poesia sta per darci il suo frutto “che farà dimenticare tutto/il tempo è prodigioso”.

Essere poeta è una sorta di destino: “le nostre poesie inglobano dentro di sé tutta la saggezza/per consentire alla vita di svolgersi stupidamente”, scrive Mishol con ironia e lucidità, ma è qualcosa che richiede lavoro, impegno, costanza, pazienza, al di là dei cliché.

Abbiamo detto che Agi Mishol è poetessa consapevole della propria radice ebraica e tutto quel che abbiamo rilevato sin ora lo conferma, proprio perché ne rappresenta il substrato fondante oltre che un’evidente fonte d’ispirazione. Questo elemento ha anche una sua “rappresentazione” legata ad alcuni frames sociali: la poesia “Martire” affronta ancora l’argomento del terrorismo quotidiano, ma lo fa in un’ottica di compassione, di sgomento, di umana interrogazione. Ed anche nella poesia “Shoah, ricordo, indipendenza”, la poetessa esprime sia il suo profondo legame con quella terribile vicenda, ma anche la coscienza, per così dire, del dovere di ricordare attraverso i propri strumenti “e io, Agi Mishol, seconda generazione/ accendo torce di poesie/ che non sono neppure un’arma deterrente”. Con la poesia Mishol esplora naturalmente la memoria come fa in “Mia madre parla di nuovo” oppure in “Lingua madre”, poesia dove, ancora una volta, il ricordo si rovescia nel suo impegno presente, necessario, di poetessa: “dopo di ciò ti contraesti in un pollice/ che sostituii con la gomma/ di una matita/ finché non la girai/ e cominciai a scrivere/ poesia./ Che tornò ad essermi/ madre”.

La scrittura per Agi Mishol non è una fuga, non è un gioco estetizzante o una forma di evasione, ma è un impegno totale perché come leggiamo nell’incipit memorabile della poesia “Scrivere”: “la scrittura è la più tortuosa delle vie/ per ricevere amore…..è chinarsi sulle parole/ finché non si trasformano in porta/…vivere per lei è/ cadere dai cieli/ con una lucente coda di cometa/ come un desiderio / di nessuno”.

La raccolta si chiude emblematicamente con la poesia “Ciò che facciamo” con versi che esprimono bene, in una sintesi davvero notevole, quella continua torsione esistenziale, culturale, storica, poetica che Mishol assume come caratteristica della propria identità:

Viviamo in presente ermetico –
su punte di forchetta come zampe di gallina

e la strada che non è stata scelta
continua a vivere in noi
senza che ne conosciamo mai
la fine

la macchia bagnata sul lenzuolo
è la morte che torna a ripetersi
dei nostri figli

e prima del sonno abbiamo
soltanto una pecora
da contare.

Ci risvegliamo ognuno
nel proprio corpo

molto sensibili alle forme dell’aria
tra gli oggetti
e ai raggi X del sole
sulle foglie del pioppo

beviamo amore
come un cammello
facciamo del nostro meglio
per accadere

prima che la fine scagli
i suoi dadi di ghiaccio
dentro al cuore
questo è ciò che
facciamo.

@@@

– Nota di Stefano Vitale

Dobbiamo ringraziare la casa editrice Giuntina per aver finalmente colmato un vuoto pesante. L’antologia poetica di Agi Mishol era attesa da tempo: sue poesie si poteva leggere tradotte in inglese, francese, rumeno, spagnolo e cinese, ma non in italiano.
Anna Linda Callow e Cosimo Nicolini Coen hanno curato, sotto la guida della poetessa stessa, la raccolta “Ricami di ferro”. Possiamo così accedere ad una testimonianza significativa della produzione di Agi Mishol, nata in Romania nel 1947 da genitori di madrelingua ungherese, sopravvissuti alla Shoah. All’età di quattro anni si è trasferita con la famiglia in Israele.
Mishol è stata insegnante di letteratura ebraica alla scuola superiore di Be’er Tuvia negli anni 1976-2001. Dopo ha lavorato come docente senior presso l’Alma College per la cultura ebraica di Tel Aviv dal 2002 al 2008. Nel 2006 è stata direttore artistico del Festival Internazionale di Poesia, tenutosi a Mishkenot Sha’ananim (Gerusalemme).
Dal 2011 dirige la Scuola di Poesia
di Helicon a Tel Aviv Ha insegnato scrittura creativa presso l’Università di Ben Gurion  e l’ Università di Gerusalemme, dove è stata anche Poet-in-Residence (2007)

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