“Tutti gli occhi che ho aperto” di Franca Mancinelli
(Marcos y Marcos, Milano, 2020)

…..La poesia o è ambiziosa o non è. Franca Mancinelli propone una nuova raccolta caratterizzata da un potente desiderio di sintesi. Ma di una sintesi che non perda mai di vista il frammento, il particolare. E’ come se la poesia si desse il compito, attraverso la scrittura, di tenere insieme il microcosmo del punto di vista soggettivo, intimo, emotivo, con il macrocosmo dell’Humanum.
Abbiamo bisogno di guardare dentro di noi e verso gli altri al tempo stesso, in un gioco circolare di rimandi necessari. In tal senso Mancinelli non si sottrae a quella che può essere una storica vocazione dell’arte poetica. Ma lo fa ponendosi in una prospettiva “contemporanea” che attraversa tutte le diverse componenti del suo “discorso” poetico. Qui per “contemporaneo” intendo riferirmi a quella tendenza della poesia oggi di saldare prospettiva storica, la lettura del presente con la capacità di esprimere immagini, deliri, visioni; mi riferisco alla possibilità della poesia di connettere forme epigrammatiche, frammentate, spezzate con forme più narrative, articolate; mi riferisco a quella poesia che vuole collegare l’attenzione per il quotidiano con i grandi processi esistenziali e, appunto, storici.
La poesia per Mancinelli è una lente che se da un lato serve a ingrandire i dettagli della realtà, dall’altra parte è una lente che lascia passare i raggi della passione e della visione che infiammano, bruciano tutto quel che sfiorano e attraversano. Così la poesia diventa lo strumento che abbiamo per restare in bilico tra interno ed esterno, per sostare sui “confini mobili” dell’esperienza, per tentare di tenere insieme i frammenti, le schegge della realtà.

È accaduto, resta: nel cupo
cavo da abitare come un utero
c’è un punto in cui la vita si rovescia
diventa scrittura morse
(Pag.59)

…..Questo testo può essere letto come una dichiarazione anche stilistica che, appunto, investe la poesia del compito di dare conto della vita rovesciata in forma scritta. La vita e il tempo che stiamo vivendo, sono talmente complessi, sembra dirci Mancinelli, che ne possiamo cogliere solo alcuni aspetti, solo dei frammenti che la poesia tenta di ricostruire, ricollocare in un orizzonte di senso per mezzo della parola che, per forza di cose, è a sua volta spezzata, frammentata, scheggiata. E come tale può anche ferire, far sanguinare. Così come, nel libro, è la vita stessa che appare ferita, violata.

è un chiodo la mattina
trafitta la mente
affiora un’immagine
come un frutto marcio
torna in piccoli segni
la vita senza forma brulicando.
(pag. 19)

…..Franca Mancinelli utilizza versi in forma breve, lampi sintetici che provocano, che spiazzano, talvolta risuonano come fossero l’eco di un grido lontano:
“Si è fatta di grafite la pupilla/ fissa la nebulosa/ di punti che siamo “ (pag. 20) oppure “fanno un rumore secco/ le cose che sono state vive. (pag., 26). O ancora, sia pure usando “ungarettismi” in forma di prosa: “quando tornerai a vedere, troverai ogni cosa sorretta dai rami. Non è accaduto niente. Siamo qui, su questa intelaiatura di foglie. A tratti un grido spalanca la gola. Perdiamo tepore. Allora si scuote, cui culla nel vento leggero. (pag. 27).
Colpisce in questa raccolta l’asciutta compattezza dei versi: un paziente lavoro di sottrazione, di economia espressiva che tende ad eliminare ciò che non è necessario, ma non per tendere forme gelide quanto per ritrovare nuove forme di impatto emotivo.
E’ l’attimo dello sguardo che prende spazio: sguardo molteplice dell’autrice e dei possibili alter ego che entrano in gioco nei testi a controcanto dei vari personaggi richiamati e ricamati sulla pagina, occhi che si moltiplicano come rami non di rado secchi.
Altre volte, come accade nella sezione che dà il titolo la libro, è il gioco associativo mentale a intrecciare pensieri apparentemente slogati, a connettere immagini a prima vista sconnesse:

crescono i capelli ancora, le unghie
il peso è restituito
all’aria. Le mani sono le stesse:
il calore è tornato
del sole. Posso sentire
la tua scossa arrivare
come le foglie dal ramo più alto.
(pag. 49)

…..L’autrice è consapevole del suo punto vista che non può essere quello “normale” di chiunque, il poeta ha bisogno del delirio del linguaggio, vive nella ricerca di ciò che sta sotto, che sta altrove nell’abituale. La sua casa è ovunque certamente, ma primariamente nell’immagine che il linguaggio sa evocare: “proiettile nel petto/ incastonata gemma/ a segnarmi di scie/ lentamente trapasserai/ il tuo bersaglio nel buio del cosmo”. (pag. 48).

…..E’ la capacità di evocare immagini che colpisce. Nella sezione “Luminescenze” ne abbiamo un esempio ampio che fa leva su una particolare tecnica: la parola è per lo più, usando un linguaggio cinematografico, “in soggettiva”: “corro. E sto fermo all’incrocio/ dove rallenta, precipita/ per una legge di gioia si trasforma. /Non credo ai muri divisori. /Chiudo gli occhi, e attraverso l’immagine” (pag. 54).
La scrittura “mia camera oscura” (pag. 85) è così l’arma non-violenta di cui possiamo disporre contro la violenza della Storia, contro le violenze subite dalle donne, dai migranti, dai più deboli. Come abbiamo già detto “i gesti ricompongono una lingua/ si allaccia al mio corpo un’armatura” (pag. 55). Con la forza del niente che è la poesia, Mancinelli si oppone alla dissoluzione, delle cose, all’entropia delle passioni, dell’etica, della compassione, del senso di umanità di cui abbiamo più che mai bisogno: “ritorno, ascolto l’aria. E poi salto. / I dove sono tutti provvisori. /Crescono come rami” (pag. 63). Poesia brevi di 3 o 4 versi che colgono attimi sfuggenti, che pescano, con una sorta di fermo- immagine, nel flusso della vita. Ma attenzione: non è una scelta “gratuita”, senza uno scopo:

Tutti nella stiva premendo
per un’altra vita l’aria
come una madre manca.
Lotta di gambe e di braccia
-non svuoteranno il mare.
Richiusa in bara la barca discende.
(pag. 71)

…..La poesia piega quindi il suo sguardo sui più fragili, gli esclusi, i deboli, sui reietti del nostro tempo in uno slancio etico necessario che sa trasformare anche tutta una serie di testi che sono qui inseriti, da espressioni legate ad eventi, situazioni, occasioni, circostanze in un disegno più ampio, tessere di un puzzle che si ricompone in qualcosa di più alto. Magari ancora da definire, ma che deve avere un senso: “la terra, una pagina scura:/ ciò che cade si scrive/ frantuma e sgrana/ nel buio raggiunge/ il senso, si perde” (pag. 107) E c’è speranza, lieve, ma c’è: “Ho acqua tiepida e buia/ nel mio vaso di carne/ per farlo vivere” (pag. 95).
Come ha ben rilevato Emmanuel Di Tommaso “La coesione dell’opera è assicurata dalla scelta concettuale di rappresentare lo sguardo degli elementi e dei soggetti più fragili, le cui esistenze si annidano nei margini, sotto il rischio continuo di dissoluzione, di silenzio e di scomparsa” (il rifigiodellircocervo.com).
Come già detto, nel libro torna, quasi ossessivamente, il concetto di ramo e spesso ramo secco. “Il libro si dichiara essere una trama di ramaglie a terra che dicono l’uomo, il suo essere non il tronco ma ciò che cade, ciò che viene tranciato, una diffusione che resta”. (cfr. Alessandro Canzian, in “Laboratoridi poesia.it”). In questa direzione si dipana il racconto dei migranti che percorrono la rotta balcanica in apertura e chiusura dell’opera (Jungle, Diario di passo) e che rappresentano circolarmente un concetto di uomo stretto tra la “la linea spezzata dell’orizzonte” e “la forza che viene da un seme”.

…..Come rilevato, lo stile è laconico, evocativo, versi come frattali imperlano le pagine, pensieri come appunti segnati su un foglietto sgualcito, poesia che si fa forma discreta di silenzi inesplicabili, che indugia nel gustoso crogiolarsi di suoni, gesti e parole “polvere e braci spente” (pag. 109) che però si aprono ad una forma finale esplicitamente narrativa.

Tutta l’ultima sezione “Diario di passo” è appunto scritta in prosa, una prosa poetica ovviamente, che racconta dell’attraversamento di un confine, di un viaggio reale sulla “rotta balcanica” del confine sloveno e serbo che ha portato otto artisti su quelle piste a ritrovare i passi di una umanità ferita. Non c’è facile compassione, scontata commiserazione in queste pagine: c’è lo sguardo del poeta che sfiora, accarezza, scuote un paesaggio reale che è anche un paesaggio interiore: “Le poiane ci sorvegliano, Appollaiate sui reticolati dell’autostrada, confermano la rotta. Ogni tanto vengono in volo. Le riconosci dalla forza che attingono dal cielo. Tenendo semplicemente le ali aperte” (pag. 121). Come fa la poesia, quando ci riesce. Così resta in volo pur sapendo che, a differenza delle poiane, può cadere di schianto.

…..Stefano Vitale

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…..Note sull’Autrice
Franca Mancinelli è autrice dei libri di poesia “Mala cruna” (Manni, 2007, premio opera prima Laudomia Bonanni e Giuseppe Giusti), “Pasta madre” (con una nota di Milo De Angelis, Nino Aragno, 2013, premio Alpi Apuane, Carducci, Ceppo- giovani), “Libretto di transito” (Amos Edizioni, 2018), uscito nello stesso anno con traduzione inglese di John Taylor, con il titolo “The Little Book of Passage” (The Bitter Oleander Press, Fayetteville, New York). Una silloge di suoi testi è compresa in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012) e, con introduzione di Antonella Anedda, in Poesia contemporanea. Tredicesimo quaderno italiano (Marcos y Marcos, 2017).
Traduzioni di suoi testi sono apparse su riviste e antologie straniere.
Ha partecipato ad alcuni progetti internazionali, tra cui Chair Poet in Residence (Calcutta, 2019). Dal progetto Refest – Images and Words on Refugee Routes (2018) è nato “Taccuino croato”, ora in “Come tradurre la neve” (AnimaMundi Edizioni, 2019). Nel 2019 è uscito, con traduzione inglese di John Taylor, un volume che raccoglie i suoi primi due libri e alcuni inediti, “At an Hour’s Sleep from Here. Poems (2007-2019)”, (The Bitter Oleander Press).

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