ARTE: IL FASCINO DELLA CORRUZIONE

Un intervistatore televisivo, di cui mi è sfuggito il cognome, visita con l’opportuna ironia le case di alcuni ricchi collezionisti di arte contemporanea. Lo accoglie una signora italiana che mostra compiaciuta il proprio potere economico accompagnato, senz’ombra di vergogna, da un devastante cattivo gusto. Ma di cattivo gusto si sarebbe potuto parlare un tempo, ora si dovrebbe chiamare orgoglio dell’ignoranza, ovvero l’atteggiamento che da oltre un secolo pervade gli acquirenti di una presunta arte, si direbbe in odio alla non-presunta che ha attraversato i millenni.

Vengono illustrate alcune “sculture”, altrimenti dette “installazioni”, a prima vista piuttosto ingombranti, pur disposte in un appartamento di dimensioni cospicue, nel quartiere esclusivo di una grande città europea del nord. Le parole che la signora distilla per giustificare le proprie scelte sono degne di un qualunque rigattiere che si ritenga fortunato di possedére gli scarti del proprio tempo. Ma in questo caso non si tratta di scarti, benché le parti riconoscibili nel groviglio informe li possano far sembrare, al contrario sono oggetti nuovi, acquistati di recente nello studio dell’artista o in una di quelle mostre-mercato che vengono organizzate in spazi prestigiosi, per una clientela sceltissima e internazionale.

A questa clientela appartiene la signora che afferma di non essere dedita alla speculazione mercantile, non compera per rivendere a prezzi maggiorati, come accadeva e forse accade ai collezionisti che amano definirsi “scopritori di talenti”, né compera in attesa di veder confermate unanimemente le proprie capacità intuitive; spende, a getti di decine di migliala di euro, per l’innato desiderio di possedere rottami informi, che lei definisce a più riprese “divertenti”. Tuttavia, lo dice esibendo un’espressione del viso oppressa dalla noia, che di sicuro le procura una vita senza desideri realizzabili dal denaro, poiché da tempo possiede tutto ciò che il denaro può dare, ed è già abbastanza invidiata per questo; ora vorrebbe aggiungere all’invidia che la circonda, l’ammirazione per le sue tendenze “rivoluzionarie”, vuole far parte della storia assai accidentata del “nuovo”, persino nell’eventualità di buttare dei soldi dalla finestra: che tra l’altro affaccia su un parco esclusivo, coabitato da regnanti, o in procinto di diventarlo; e le piace ricordarlo.

L’espressione del viso, dicevo, non mente; con ogni probabilità le parole sì; i tratti della signora sono forse un capolavoro di arte contemporanea, se esistesse l’artista in grado di riprodurli in metafora, perché dal vero basterebbe l’immagine televisiva a tutti disponibile. Pur esibendo un linguaggio ricercato che si scambierebbe per colto, le parole smascherano un animo contristato, rattratto, incapace di apparire convinto della propria soddisfazione. Solo Velazquez fu in grado di dipingere i re di Spagna nascondendo a essi stessi la propria mancanza di dignità e attribuendola ironicamente ai nani che facevano contorno. Eppure questa signora è pur degna di un grande artista, qualora ne fossero sopravvissuti, perché la sua sorte è simile a molte altre, vittime di un costume alla cui mancanza di ideali estetici si somma appunto la mancanza di dignità di quegli approfittatori che le hanno sottratto con destrezza del denaro, sia pure a lei superfluo, stipandole una bella casa con oggetti irridenti il buonsenso, e condannandola al ruolo di giullare in una corte dei miracoli. La rete internazionale del mercato, che cattura gonzi benestanti, e persino musei e istituzioni pagati dai contribuenti, è tesa dal secolo scorso al di là e al di qua dell’oceano per fare propaganda della corruzione medusea in cui è precipitata l’arte contemporanea. La pratica delle distorsioni, quale fonte di diletto innovatore, parte da lontano; in epoca moderna (da distinguersi dall’antica) ha per lo meno origine nel Manierismo cinquecentesco, periodo in cui nascono quelle varianti al classicismo rinascimentale, miscuglio di contorsioni muscolari che ancora non si definivano “avanguardistiche”, le quali nel ‘900 sono diventate paradigma di un’originalità esausta e ripetitiva. In effetti, alla povertà tecnica del secolo scorso, si affianca la furbizia di plagiare il passato senza pagare i sacrosanti diritti d’autore.
O mi sbaglio?, e al contrario è il passato che dovrebbe pagarli al presente? I colli lunghi del Parmigianino, le cosce affusolate del Giambologna sembrano un’invenzione di Modigliani, che i critici hanno definito mirabile innovatore. Gli uomini-palla del Pontormo derivano di sicuro da una citazione di Botero, altro apprezzato interprete della figura umana. I corpi fiammeggianti e dinamici di Boccioni furono di certo plagiati dal Greco, ma chi era costui?, e quanto vale? Il Cambiaso e gli uomini-cubetto derivano senza dubbio da Picasso e Braque, due geni indiscussi, i più grandi di ogni epoca, lo affermano persino le strepitose quotazioni economiche: ma sì, che varrebbe dubitarne visto che solo le banche riescono ad aggiudicarseli alle aste?

Quanto alla pittura “materica”, che ha partorito numerosi “Ismi” nell’arte contemporanea, piacque così tanto al Bronzino che la fece sua: ma chi lo vuole un Bronzino? I musei lo tengono negli scantinati e preferiscono esporre dei Burri.
Continuiamo pure a esagerare, facciamo un salto verso l’Impressionismo (e guai a chi lo tocca!), cioè quella stenografia pittorica così rivoluzionaria, quel cambiamento radicale della tecnica e della sapienza coloristica composta di pennellate larghe un dito, ebbene, non potrebbe addirittura aver influenzato la cosiddetta “pittura grottesca” emersa dalla scoperta della Domus Aurea (1480!)? Per non dire del bicromismo delle chiese pisane, poi fiorentine, carpito all’astrattismo geometrico di Malevic e di Mondrian, o vi sono dei dubbi sull’originalità di questi artefici?

E veniamo alla seconda metà del Novecento e a questi pochi anni del ‘2000, consideriamo le “installazioni”, sorta di detriti informi derivanti dalle macerie dell’attuale civiltà delle discariche, opere così apprezzate nei musei di oggi, ma soprattutto dalla signora italiana che dà fondo coraggiosamente alle proprie sostanze per acquistarle ed esporle dentro casa: uno dei primi a comprenderne la profonda innovazione, e a copiare i nostri “artisti”, sembra essere stato addirittura Raffaello, il quale fu l’entusiasta ammiratore dello sfacelo delle civiltà antiche inserendo le rovine romane nei propri quadri, moda che si propagò per alcuni secoli durante i quali le macerie e la distruzione affascinarono se non altri Goya (I capricci) e Piranesi (Le carceri).

Ma di che cosa sto parlando, di un mondo alla rovescia? Del passato che imita il presente? O della corruzione del presente che non prova alcuna vergogna a mostrare la propria mediocrità, anzi se ne fa vanto?
Alcune delle correnti contemporanee citate sembrano dipendere da un prevalere snobistico della non-cultura, cioè di quella tara assai più grave dell’ignoranza che è il compiacimento dell’ignoranza, parente del compiacimento della brutalità di cui il secolo XX è stato maestro, e del quale il nuovo millennio dimostra di essere un allievo promettente.
La sovrabbondanza di orrore non può che ripercuotersi nell’arte, pratica parassitaria da sempre nei confronti dell’onesto lavoro di sopravvivènza, ma ammantata di sublime per la sua propria aspirazione a elargire doni gratuitamente, o al più per un piatto di lenticchie, perché essere artista era di per sé quel privilegio che donava l’appagamento di abbellire quanto più possibile la natura, non ancora violentata dalla inciviltà consumistica, e di sicuro gravata di quella parte severa che vuole la vita rinnovarsi con la morte e la decomposizione. Gli esempi sono numerosi persino al di fuori degli esiti Cinque-Secenteschi, del realismo orripilante delle pestilenze, dei piedi sporchi caravaggeschi e di altre devianze dal bello classico che rivestono il desiderio degli artisti di rappresentare il proprio tempo senza veli. Possiamo essere certi che la stessa aspirazione guidi l’arte contemporanea, cioè riprodurre “al naturale” lo sfacelo? Non vi è un malinteso, o peggio, un’irrisione, nel proporre una facilità di esecuzione esponenziale di oggetti privi di tecnica e, quel che è ignobile, privi di identità, salvo il prezzo, poiché il prezzo, quanto più alto tanto più identificato, persino dalla critica colta, con un presunto valore.

Forse siamo tutti consapevoli della scomparsa della ragionevolezza in moltissime manifestazioni umane in cui sembra prevalere l’istinto di sopraffazione, e del resto si parla sempre più raramente di poesia e più spesso di aridità poetica. Di sicuro il territorio della follia si è molto ampliato proprio con l’innalzamento del progresso scientifico, che nella sua ricerca sembra ignorare il sollievo spirituale. O devo credere, come la ricca signora italiana (la quale spero non si trovi all’estero per evadere il fisco), che il sollievo possa venire da un orrore minore, già esasperato all’inverosimile nell’arte del Novecento con le scatole di “sterco d’artista” di Piero Manzoni? Pare che le rimaste in circolazione, a uso del commercio irresponsabile di simili “capolavori”, valgano sul mercato cinquecento mila dollari e che oltretutto non contengano nemmeno quel che promettono. Ma la signora benestante potrebbe dire: ecco il vero sollievo, le scatole contengono “altro”. Ebbene, sarà sufficiente questa giustificazione a renderle così ammirevoli?

Purtroppo le tristezze innovative sembrano tutte possedere l’ambizione di aggrapparsi a un minore orrore. Ai “decadenti” che sapevano di muffa un secolo fa, si sono sostituiti i “cadenti” di quest’ultimo, e dovremmo essergliene grati, ma perché? E perché dovremmo visitare quel museo newyorkese che della genialità italiana, così copiosa in passato, pone in mostra un ironico rappresentante dal cognome troppo illustre per essergli accostato? E perché in epoca di ristrettezze economiche dovremmo finanziare con denaro pubblico musei che espongono solo ristrettezze mentali, lasciando andare in rovina Pompei e altre magnificenze che gran parte del pubblico alla ricerca del sollievo è costretto a ignorare per non essere travolto dai crolli?

La mia sembrerà ad alcuni una cavalcata chisciottesca, soprattutto a coloro che di questa difrusa corruzione internazionale vivono e prosperano senza che si levi un pur timido dissenso. Anzi, è il non voler stare alla retroguardia, e magari passare per incolti, ignavi, retrogradi, la diffusa ambizione che spinge ad approvare. Del resto esiste forse un’alternativa?, esiste un’altra arte da contrapporre a questa nel momento attuale?

Sarà stata di certo la mancanza di alternative a far dedicare una pagina intera del “Corriere della Sera”, il 31 marzo 2013, a Sir Anthony Caro, “uno dei massimi scultori viventi” (89 anni), il quale delle sue opere dice: “Così ho domato i rottami della civiltà industriale”; e l’indulgente giornalista precisa: “Un vero universo di forme letteralmente implose: alluminio, acciaio arrugginito, di volta in volta colorato di verde…, che legano l’espressività della forma umana”.

Una simil-mirabile scultura è stata di recente venduta a New York per 250 mila dollari, e per l’ennesimo spreco di denaro Don Chisciotte non si indignerebbe, trattandosi della città dei titoli tossici, responsabili dell’attuale crisi economica mondiale. Ma le opere di Sir Caro (che il cognome sia uno pseudonimo?) nel 2013 vennero esposte a Venezia: a Venezia!, che irrisione per la più bella città del mondo, che dileggio nei confronti di coloro che la visitano e l’ammirano per la sua storia artistica!

E come chiamare se non dileggio ciò che di recente è accaduto in un’altra mostra della contemporaneità dove l'”artista” (mi rifiuto di ricordarne il nome) presentava una stanza vuota in cui l’atto inventivo consisteva nell’accendere e spegnere la luce da parte dei visitatori?

Spero ardentemente che persino la ricca signora italiana terrà conto della “nuova “performance” e che deciderà di non riaccendere la luce nel magazzino delle sue rugginose installazioni. Possedendo numerose altre stanze, potrà facilmente dimenticarle lasciando al buio le Muse corrotte.

Alvaro Strada

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