foto_statistica_vitaleUn commento ai dati diffusi dall’Istat mi pare necessario. Tutti i giornali ne hanno parlato, come ovvio. Il presidente dell’Istat Alleva ci rassicura che c’è una “crescita persistente, anche se a bassa intensità”; poi ci dice che oltre il 46% dei ragazzi è figlio di immigrati e il 42% dei loro coetanei italiani vorrebbe andar via dall’Italia; e non può celare che aumentano le disuguaglianze, specie tra i giovani: il futuro sarebbe determinato dalla posizione dei genitori. Come dire che si può anche pensare che le classi sociali non esistano più, ma dove e da chi si nasce conta ancora. Insomma la mobilità sociale stagna. Inoltre, l’aumento dell’occupazione si limita agli ultracinquantenni, mentre per i trentenni il lavoro è sempre più precario e spesso di livello inferiore al loro titolo di studio. Come volevasi dimostrare. Nella sostanza il Paese è fermo: “nel 2025 il tasso di occupazione resterà dunque prossimo a quello del 2010, a meno che non intervengano politiche di sostegno alla domanda di beni e servizi e un ampliamento della base produttiva”, si legge nel rapporto.

Tornando ai giovani, soltanto il 39% di quelli nati tra il 1981 e il 1995 lavorano (erano il 50% nel 1993); si formano meno famiglie e nascono meno bambini. Nel passato la laurea era un fattore di stimolo e di miglioramento sociale, ma adesso neanche l’istruzione superiore mette al riparo i giovani dalla precarietà e dalla disoccupazione, o dalla sottoccupazione, della quale sono le vittime principali: il tasso di occupazione di un laureato di 30-34 anni è passato dal 79,5% del 2005 all’attuale 73,7%. Infine tra i giovani il tasso dei sovra istruiti (in possesso di un titolo di studio superiore rispetto al lavoro che fanno) è triplo rispetto a quello degli adulti.

Come sappiamo, il tasso di occupazione dei giovani rimane basso, al 39,2% contro il 50,3% del 2008. Inoltre il percorso più tradizionale, in cui alla fine degli studi segue un lavoro permanente, è stato sostituito dall’ingresso con lavori a termine e precari. Quello che davvero fa sempre più la differenza è nascere nella “famiglia giusta”: c’è una correlazione sempre maggiore tra il livello professionale dei genitori, la proprietà della casa e la posizione dei figli. Oggi in Italia siamo al 63% di vantaggio misurabile (in Francia è al 37%, in Danimarca al 39%).

Non a caso, dunque, gli adolescenti (detti eufemisticamente “sfigati”) che incontro nei servizi sociali e di psicologia mi dicono che “studiare non serve a niente” e spesso non so davvero cosa rispondere loro. Non mi consola leggere che “rimangono alcune chance, per i più volenterosi”: nel 2015 così come nel 1991 continua ad avere alte possibilità di occupazione chi si laurea in ingegneria, materie scientifiche o del gruppo chimico-farmaceutico; il voto finale alto è quasi sempre un fattore di vantaggio, e lo è anche la partecipazione a programmi di mobilità studentesca all’estero, come l’Erasmus. Magari cresceranno più flessibili, fluidi, con personalità plurime e aperti alla cambiamento e all’avventura, ma il prezzo è alto.

Altra nota preoccupante, ma che ha una sua ragione e logica in quel che abbiamo appena detto, è il fatto che il 62,5% dei giovani tra i 18 e i 34 anni vive ancora con i genitori, con una forte differenza tra le donne (56,9%) e gli uomini (68%), ma soprattutto vi è una consistente differenza con la media europea, che si attesta al 48,1%. Ma se si guarda ai più giovani, le percentuali sono ancora maggiori: nel 2015 vive con la famiglia il 70,1% dei ragazzi di 25-29 anni e il 54,7% delle coetanee, vent’anni fa le percentuali erano del 62,8% e del 39,8%. Tutto viene spostato in avanti, a cominciare dal matrimonio, il primo figlio e anche l’età nella quale si diventa nonni.

La crisi, dunque, continua a picchiare duro al di là dei nostri desiderata, se così si può dire. Tra le altre cose, si conferma la sensazione che negli anni la partecipazione politica è diminuita, ma è cresciuta la partecipazione sociale attraverso i “social”, legata al forte uso delle nuove tecnologie, marcato soprattutto per i figli di immigrati. Insomma, meno politica reale, più socialità virtuale. Ed è anche da qui che si deve ripartire. Ma c’è un blocco da superare, nel concreto: l’Italia ha avuto un incremento record della disuguaglianza, passata dallo 0,40 del 1990 allo 0,51 del 2010 (sulla base di un coefficiente particolare detto “Gini”, da Corrado Gini, lo statistico che lo ha perfezionato e introdotto negli anni Trenta).

Le ragioni sono legate soprattutto agli squilibri del mercato del lavoro, che a loro volta dipendono moltissimo dalle condizioni di partenza. Come abbiamo già detto, l’Italia è tra i Paesi dove è maggiore infatti il vantaggio degli individui con status di partenza “alto”, cioè che a 14 anni vivevano in una casa di proprietà e che avevano almeno un genitore laureato e con professione manageriale. Al contrario, ci sono sempre più minori a rischio di povertà perché i genitori sono disoccupati o hanno uno stipendio basso. Per cui per i minori l’incidenza della povertà relativa è salita dall’11,7% al 19% tra il 1997 e il 2014, mentre per gli anziani si è dimezzata nello stesso periodo, passando dal 16,1 al 9,8%.

Il rischio di essere poveri, per i bambini, è legato soprattutto alla geografia e causato dai tagli al Welfare e da scelte sbagliate in fatto di investimenti pubblici, almeno così dice il rapporto Istat. I minori del Mezzogiorno sono quelli che vivono in famiglie con a capo una persona che ha al massimo la licenza elementare e presentano «un rischio di povertà relativa circa 4 volte superiore, rispettivamente a quello dei residenti al Nord e a coloro che vivono con una persona di riferimento almeno diplomata».

Ma non basta: scarsa istruzione determina altre forme di “relativa esclusione”. Infatti colpisce che le persone in sovrappeso e obese siano in continuo aumento. Nel 2015 è emerso che il girovita è oltre la norma nel 54,8% degli uomini. Ma sono appunto, soprattutto i bambini e gli adolescenti a preoccupare. I ragazzi praticano mediamente più sport rispetto agli anni passanti, ma è anche aumentato il numero di quelli che hanno problemi di peso.

Mi tornano alla mente i rapporti del Censis degli anni 80 che parlavano di “nuove povertà” indicando la mancanza di relazioni, di opportunità per crescere in ambienti sociali sani. La famiglia si stava trasformando e vi era sempre maggior bisogno di figure “allo-parentali”, di educazione ed istruzione per sostenere i bambini e i giovani. Oggi non credo che quella “nuova” vecchia povertà sia scomparsa. Certo è riapparsa prepotente, la “vecchia” povertà, quella materiale che unendosi alla mancanza di relazioni e di supporti educativi sta creando una miscela esplosiva, specie tra i bambini e i giovani.

Su “Repubblica” del 21 maggio (pagine di Torino) leggo che l’Ufficio Pio della Compagnia di San Paolo ha aumentato i suoi contributi alle persone povere. Siamo a 7,4 milioni di euro a beneficio di 10.271 persone; a 2,3 milioni stanziati per evitare la caduta in povertà maggiore di 1.140 persone e a 1,2 milioni di euro per progetti di inclusione sociale. I poveri censiti arrivano a circa 200.000 unità su 1,3 milioni di abitanti della città metropolitana. E leggo su “La Stampa.it” che Piero Fassino, se fosse rieletto, ha in programma di prendersi carico del costo di asili e scuole materne per circa 1700 famiglie in difficoltà per circa 800.000 euro.

Investire sull’educazione e l’istruzione di chi resta indietro non è più una misura “di parte”, ma una necessità dell’intera società che ha bisogno di ridurre il gap delle disuguaglianze. Forse, come ha scritto Michele Serra (Il Venerdì del 29 aprile 2016) chiosando la lettera di un lettore, il paradosso del benessere è che se stiamo troppo bene, stiamo male.

Ma non ne sono convinto. Magari è anche vero che le giovani generazioni in Italia non hanno vissuto guerra, tubercolosi, deportazioni, miseria nera, malattie gravi, ma stiamo attenti che quei tempi possono tornare, anzi stanno già tornando. Perché il mondo è più globale, perché ci sono storie che si devono daccapo raccontare, perché la demagogia non serve a nulla, ed abbassare la guardia ancora meno.

Stefano Vitale

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