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Ci sono piccoli fatti che fanno riflettere.

Su “La Repubblica” del 24 marzo 2016 leggo che a Firenze la giudice Paola Belsito ha assolto un uomo di 42 anni che era stato fermato il 21 febbraio del 2015 con 597, 6 grammi di polvere contenente cocaina pura per 471 grammi, corrispondente a 3.144 dosi medie giornaliere. Il tutto gli era costato non meno di 30.000 euro. E’ stato assolto perché si trattava di una provvista per uso personale. Non sono stati trovati elementi che lasciassero pensare ad una detenzione per spaccio.

Lo psichiatra interpellato ha spiegato che l’uomo sia da giovane aveva fatto uso smodato di marijuana e poi era passato alla cocaina. Usciva da un periodo di astinenza che aveva ora scatenato in lui il bisogno incontenibile e urgente di cocaina. Ecco perché si era messo al sicuro con oltre tremila dosi. Ovviamente l’uomo è figlio di un imprenditore di Firenze, famiglia molto benestante. Lui stesso ha ricevuto dai nonni una cospicua eredità e dispone di oltre 400.000 euro di risparmi. Addirittura è emerso che l’arresto è stata una “provvida disgrazia” perché sennò avrebbe assunto compulsivamente tutte quelle dosi rischiando di morire. Una bambino viziato, dunque, ricco e cocainomane, da guardare con occhio benevolo.

Il fatto è che non si può non pensare che se sei un poveraccio e rubi in un supermercato finisci in prigione, mentre se sei ricco e ti beccano con 30.000 euro di coca la passi liscia. Mi vengono in mente i tanti ragazzini adolescenti che fanno uso di sostanze e che hanno in quest’uomo un vero esempio di vita. Soprattutto la conferma che coi soldi si può fare tutto. Il problema è tutto lì. Pertanto anche loro cercheranno in tutti i modi, leciti e illeciti, di procurasi denaro per procurarsi droga. Tanto poi basta dimostrare che è per uso personale. 3000 dosi: d’altra parte ci sono le cicale, ma ci sono anche le formiche. Sicuramente la giudice ha ragione ed ha agito nel pieno rispetto della Legge, ma è il quadro che resta storto, è l’insieme che suona stonato.

Magari non c’entra niente, ma lo stesso giorno leggo su “La Stampa” che per il “processo Murazzi” tutti sono stati assolti. Lungi da me una volontà giustizialista e sono sicuro, anche in questo caso, che il giudice ha agito nel rispetto della Legge. Ma resta il fatto che i locali dei Murazzi non pagavano e non hanno pagato per anni i canoni dovuti al Comune, che non hanno fatto le opere che erano previste dal Capitolato di affidamento, che nel frattempo i costi sociali di trasporti, sorveglianza, pulizia, ecc. aumentavano per la collettività. Così come i disagi provocati dal fracasso degli avventori, dalla presenza di spacciatori, dalla piccola delinquenza.

Certo, è un sistema che generava lavoro, attività turistica e persino promozione culturale. Ora emerge che gli amministratori coinvolti nel processo abbiamo visto riconosciuto il loro diritto discrezionale e politico di trovare, a suo tempo, un accordo coi locali morosi (che non hanno, credo, mai pagato dunque) in nome della tutela di un bene più ampio. Insomma, in nome di una specie di “Ragion di Stato” si trova una soluzione e tutti contenti. Probabilmente è giusto e meglio così.

Ma restano i dubbi del cittadino che se non paga una multa, una rata, un canone così come un contratto prevede, viene immediatamente perseguito, cadendo magari in un qualche kafkiano processo più o meno lungo e costoso. Di nuovo mi vien da pensare che c’è qualcosa che non torna, qualcosa che non funziona. Ci sono imprenditori che sputano l’anima per avviare o tenere in piedi un’impresa: non pagare canoni, avere degli sconti può essere d’aiuto.

Non voglio certo mettere in dubbio l’operato della Magistratura, anche perché conosco i fatti solo dai giornali. Ma ho sempre diffidato delle “ragioni superiori” che permettono solo a qualcuno di evitare guai più grossi. E trovo curiosa, benché talvolta legittima, l’abitudine italiana di cambiare le regole per “arrangiare” le situazioni. D’altra parte leggo che inchiesta e processo hanno avuto il merito di obbligare il Comune ad affrontare in modo “radicalmente nuovo, e migliore, il problema dei Murazzi”. Segno che qualcosa non andava bene.

Oggi, si dice, che l’immagine è molto importante. Riflettiamo e facciamo qualcosa di serio. Magari si può cominciare da rispettare le regole che ci siamo dati e che ci fanno sentire parte di una società civile più equa e che dà un buon esempio.

Stefano Vitale

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