foto_telecam_vitaleLeggo su “la Repubblica” del 29 marzo “Mamme in rivolta. Maestre violente: all’asilo vogliamo le telecamere” e scopro che sono state lanciate due petizioni che hanno raccolto insieme circa 24mila firme. La prima è recente ed è stata avviata su Facebook dal gruppo “Sialletelecamere” e l’altra più vecchia su Change.org. La proposta su Facebook, scrive il giornalista, “è chiara e circoscritta” e chiede che “le telecamere siano obbligatorie nelle strutture con minori per ridurre notevolmente i tempi delle indagini in caso di denuncia e devono essere supervisionate solo ed esclusivamente dai dirigenti scolastici e dalle forze dell’ordine”. Il filmato servirà “per chi non è in grado di difendersi da eventuali maltrattamenti”, ma anche per tutelare chi lavora con coscienza, per prevenire atti di bullismo e “proteggere gli insegnanti da eventuali contraddittori da parte dei genitori e degli stessi adulti”. Apparentemente tutto è dettato da buon senso.

Solo apparentemente, purtroppo. Vi immaginate tutti gli asili, le scuole materne, le scuole primarie, secondarie, i licei, ecc. costellati di telecamere? Sicuramente c’è chi se lo immagina benissimo, ma sarebbe la fine, questa volta per sempre, dell’educazione. E in nome, paradossalmente, della sicurezza, della possibilità di evitare discussioni, conflitti.

Il fatto è che si sta realizzando, dal basso, il disciplinamento assoluto denunciato da Foucault, per non parlare di Orwell. Un disciplinamento assoluto, fondato sul controllo totale dei gesti, delle parole, delle persone rende inutile la relazione educativa. Essa è per definizione una ricerca fondata sulla libertà reciproca, persino sulla scelta delle reciproche strategie di relazione. L’educazione, nel mondo degli uomini, è un percorso culturale, è una conoscenza delle regole del mondo, è una dinamica relazionale anche ambigua, imperfetta che obbliga ciascuno a trovare le giuste distanze, le giuste parole, i gesti corretti per vivere insieme. La presenza di telecamere renderebbe tutto questo una farsa.

Mi spiego meglio: l’educazione richiede inevitabilmente l’assunzione di ruoli, la consapevolezza progressiva di occupare un dato spazio, di poter agire in un dato modo a seconda delle situazioni. Le telecamere falsano ogni relazione. E creano pericolosi setting in cui la realtà può essere, contrariamente a quanto si pensa, stravolta. Il mestiere di educatore (genitore o insegnante che sia), insgnava Freud, è impossibile, cioè è impossibile per un educatore non sbagliare, ma questo non vuol dire disertare le responsabilità di assumere decisioni e comportamenti. Qui non è in gioco solo la “libertà d’insegnamento” (perché la violenza non fa parte delle libertà d’insegnamento), qui ci stiamo giocando anche altro.

Ancora una volta ho la sensazione che si ricorra a simili “soluzioni” per nascondere il fallimento del mondo degli adulti in fatto di educazione. E questo non riguarda solo la scuola, ma prima di tutto la famiglia. A parte che la presenza di telecamere a scuola sancirebbe un pericoloso principio: che fuori dalla famiglia ci sono solo pericoli. Quando sappiamo, anche solo statisticamente, che per i minori la famiglia è uno dei luoghi più “pericolosi” per lo sviluppo sereno della loro personalità.

Ma non basta: si parla molto della perdita di autorevolezza degli adulti verso i minori. Ciò investe i genitori e gli insegnanti in primis. Ebbene, la “soluzione” delle telecamere stabilisce una volta per tutte la fine di questa autorità. Ma col pericolo che non c’è più nessuna autorità, né tanto meno autorevolezza da parte di nessuno. Anche perché salterebbe un elemento chiave della relazione educativa (che ha una risonanza sociale): quello della fiducia. Non ci si fida più del “sistema educativo”. Il rischio è che i bambini restino a casa e chi si torni a vagheggiare la presenza dei “precettori”. In ogni caso ciò aumenterà la diffidenza dei ragazzi verso le istituzioni e la scuola in prima istanza, con ovvi pericoli sociali e psicologici.

Ancora una volta dietro la facciata della “sicurezza” e della “tutela” si nasconde la paura delle responsabilità da parte degli adulti. In più si dimentica che gettando discredito sulle istituzioni educative si alimenta il disagio e si fa pagare a tutti le malefatte di una esigua minoranza. Mi pare anche di leggere, infine, in questo tipo di proposte, una larvata sfiducia anche nella Polizia e nella Magistratura (che, ricordiamolo, ha la facoltà di fare intercettazioni e cose simili in caso di necessità).

Se vogliamo tutelare i minori, se vogliamo davvero “mettere al centro” delle nostre preoccupazioni i bambini, allora sarebbe meglio lanciare petizioni per stanziare fondi per la formazione degli insegnanti (specie per la fascia 0-3 anni), per migliorare le condizioni materiali delle scuole, per introdurre nuovi strumenti, per migliorare le condizioni di studio dei ragazzi, per aumentare l’interazione tra mondo della scuola e mondo della cultura, della società. Il controllo non si fa con le telecamere ma con la partecipazione responsabile, nel rispetto dei ruoli e delle competenze.

Stefano Vitale

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