Luce ovunque  (Einaudi, Torino, 2016)

       Cees Nooteboom è un importante poeta olandese. Einaudi ha pubblicato una sua antologia “Luce ovunque” colmando un vuoto per i lettori italiani. Una raccolta retrospettiva, a passo di gambero, che parte dalle poesie più recenti per andare indietro nel tempo e scoprire che il filo conduttore è racchiuso nell’idea, semplice, che della poesia non se può fare a meno.
Per Nooteboom la poesia ci parla certo con voci diverse e accompagna quella mistura di realtà e finzione che noi stessi siamo. La sua forma è cangiante, ma neppure noi siamo stabili e costanti. La poesia in quanto tale è il cuore del suo lavoro. Nella sua lecture per il Premio, Lerici Pea ha detto: “L’unica cosa che le chiedo è di esserci, oscura, chiara, razionale, metafisica, danzante, contemplativa e di parlare del mondo nel quale vivo, il mondo reale, inventato, transitorio, pericoloso, possibile, impossibile, esistente”.
Per lui l’uomo non può vivere senza sogni pericolosi, che possono permetterci di ampliare le nostre conoscenze. E la poesia ha questa funzione. Per esplicitarla la regola è che occorre usare tutte le regole, intrecciarle, montarle e smontarle, perché la poesia non mai eguale a se stessa. Così lui si mostra capace di ricollegarsi esplicitamente a Montale nel suo rifiuto di usare le rime quando sono noiose ed inutili, leziose e appiccicose, ma anche vicino a Gottfried Benn con le sue rime limpide, scolpite nella loro inaspettata bellezza e stranezza.
Nooteboon ha un canone fluido che cerca la poesia in quanto voce autentica. Niente a che vedere con l’eclettismo, molto a che vedere con l’idea che la poesia prima di tutto deve stare in piedi da sola, “quadrare” dice lui, in un propria vita autentica e autonoma.
Nooteboom non è solo poeta: è anche narratore, drammaturgo, giornalista, saggista, nato all’Aja nel 1933, la sua opera è tradotta in 36 lingue. Sembra quasi che la sua idea di poesia rispecchi la sua vita. Leggere le sue poesie significa entrare in un labirinto di riferimenti ad altri poeti, ad altre figure della storia, della letteratura, della filosofia, significa incontrare riflessioni e meta riflessioni poetica sulla natura e il destino della poesia. Ma sempre coinvolgendo il lettore in una complicità necessaria che lo rende parte del discorso.
La sua è una poesia che “pensa” e che pensa per figure, per dialoghi con altri personaggi più o meno reali, presenti, vicini o lontani. I rimandi vanno da Zagajewski a Orazio, da Esiodo a Shelley, da Wallace Stevens a Lucrezio. Ma a me piacciono molto quelle in cui il poeta mette in gioco la forza delle sue metafore, l’energia delle sue parole partendo da un’idea, da un’emozione, da una situazione entrando a capofitto nel labirinto della creazione pura. Ecco alcuni esempi.

Senza un’immagine

Senza un’immagine appare una poesia,
forma che ancora deve generarsi
dal territorio delle parole,
ereditata da chi non ho mai conosciuto.

Linguaggio, levigato nei sogni, sui pulpiti,
impastato nei letti, in camere solitarie,
da usarsi in vita e in morte, arma
nella lotta contro il caso, astuzia
del destino.

Chi eravamo, il nostro cammino
attraverso l’enigma
sta scritto nelle parole,
scrittura come figlia della lingua,
sussurro, lamento, il midollo
dei pensieri,

testamento di un’emozione
svanita, suono di decreti per il futuro
quando la folla si disperderà
dirigendosi alla sua muta
casa.

Posta

Ma sono poi davvero chiare le tue idee?
domandò il postino. In quell’istante
si oscurò il cielo,
ma non fu per quello,
qui succede sempre cosí,
da un momento all’altro.

Pioverà, disse, e cosí accadde.
Grosse gocce. Dietro di lui vedevo la baia,
un aereo pesante tra le nubi,
lento. Atterrava.

Che ne è di tali momenti?
Quanto brusio può andare perduto?
Quali dialoghi possono non
infrangersi contro il muro del tempo, in mancanza
di memoria, da qualche parte, laggiú
in un sogno?

Finzione, una casa su una collina,
il salmo della pioggia, pagina sei,
portalettere, discesa, sentiero di collina,
entrando nell’oblio,
il suo, il mio,
il lardo del tempo.

Come qualcuno volta una pagina
senza averla letta,

tutto scritto per niente.

Sera in memoria di Hugo Claus

La sedia azzurra sulla terrazza, caffè, sera,
l’euforbia si tende verso divinità assenti,
nostalgica della costa, ogni cosa un alfabeto
di desideri segreti, questa è la sua
ultima visione prima del buio,

il velo dentro la sua testa. Lui sa,
svaniranno le forme delle parole,
nel calice solo la feccia,
linee tra loro scollegate

che un tempo erano pensieri,
non verrà piú parola alcuna
che sia vera. Grammatica sbriciolata,
immagini sfocate senza legame,

del vento il suono
ma non piú il nome,
qualcuno l’ha detto
e la morte era distesa sul tavolo,

domestico pigro, in attesa
in corridoio, sorride stupidamente
sfogliando il giornale
con le sue folli notizie.

Tutto questo lui lo sa, l’euforbia,
la sedia azzurra, il caffè in terrazza,
il giorno che lentamente lo avvolge
e se lo porta via a nuoto,
animale mansueto
con la sua preda.

La sua lingua è diretta, apparentemente semplice, ma estremamente evocativa. Ma sa essere comunicativo senza perdere il suo senso dell’oscuro, che fa parte della realtà. Prendiamo questa poesia:

NULLA

La vita
dovresti poterla
ricordare
come un viaggio all’estero

e con amici o con amiche
parlarne poi
e dire

è stata bella, no?
la vita,
e vedere frammenti di donne, segreti
e paesaggi

e lasciarsi poi ricadere soddisfatti
ma i morti non possono lasciarsi ricadere.
E nemmeno nient’altro possono fare.

Insomma se avete tempo, non perdete tempo. Questo poeta può essere una gran bella scoperta.

Stefano Vitale

 

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