Alfredo Rienzi

Notizie dal 72° Parallelo

(Ediz. Joker )

Notizie dal 72° parallelo
Alfredo Rienzi

( Ediz. Joker )

Alfredo Rienzi ha alle sue spalle una carriera importante di poeta iniziata nel 1993 quando la sua silloge Contemplando segni venne pubblicata in Sette poeti del Premio Montale (Scheiwiller) con prefazione di M. L. Spaziani. Poi ha publicato Oltrelinee (Edizioni dell’Orso, 1994), Simmetrie (2000), Custodi e invasori (2005), La Parola Postuma (2011).

Ma è anche traduttore raffinato dell’opera poetica di L.S. Senghor apparsi in Italia in Nuit d’Afrique ma nuit noir – Notte d’Africa mia notte nera (Harmattan , Torino-Paris, 2004). Infine vive dall’interno il dibattito sull’attuale poesia contemporanea da critico: suo il libro Del qui e dell’altrove nella poesia italiana moderna e contemporanea (2011), senza contare le numerose introduzioni, presentazioni e recensioni che ne fanno un attento lettore della poesia oggi.

Rienzi ha da sempre mostrato una capacità di controllo della parola davvero notevole: il suo è un linguaggio elegante, raffinato carico di risonanze. Uno stile comunque pieno di grazia anche se attento alle scelte formali. Rienzi è un poeta che prima di tutto va letto, ascoltato dentro, lasciato risuonare e lievitare.

Va detto che in quest’ultima sua raccolta Rienzi ha assunto un andatura più piana e afferrabile. Talvolta le sue metafore, i suoi riferimenti culturali nascosti ed evidenti tendevano a sfuggire. Qui è a stessa cosa e la sua poesia si presta, come sempre, a una stratificata e successiva lettura (ma è questa la caratteristica dei veri poeti) ma è la lingua che ora si fa più accogliente, diretta. Io ci vedo una specie di ricerca di nuovo equilibrio: la poesia si prende carico della fatica di farci giungere notizie da molto lontano, dal profondo dei ghiacci della nostra anima ed allora lo fa con messaggi in bottiglia, che sembrano cifrati, ma che parlano appunto a quella sostanza tutta da scoprire che noi stessi siamo.

Una poesia allora che si carica di emozione e di pensiero, che allude mentre rivela, che consola per la distanza, la sofferenza, ma che apre a nuove forme di speranza. Prima di tutto a quella del viaggio, della possibilità di un altrove non mitico, non utopicamente impossibile, ma vicino, che ci sta addosso nascosto nelle mille maschere della nostra esistenza. Una poesia che si presenza come frammento senza un tema apparente, ma che si ricompone, verso dopo verso, in un affresco interiore molto efficace.

Ma non basta: la stessa cornice che Rienzi dà a queste sue poesia ha un significato: quello di coniugare una necessaria forma di saggezza con una altrettanto necessaria fatica del vivere. La posizione del poeta è scomoda: posto ai margini del mondo, da un lato vede meglio di altri lo scorrere delle vicende; dall’altro lato queste stesse gli appartengono in un gioco inevitabile di specchi e di personaggi, veri o immaginari, che popolano la sua esperienza e la sua immaginazione. “Cento volte ho perso il sentiero/la coscienza non possiede satelliti/per la navigazione./Quale pazienza hai avuto con me/ silenzioso compagno…” La prima poesia è già una indicazione di progetto ed allora il poeta ci dice che “imparo a farmi acqua/contro la lama della spada/aria al morso dei lupi che invadono le soglie del visibile/ consapevole comunque del dubbio: “a noi portatori sani dei mali/del mondo, recalcitrati ma in fondo/ buoni consumatori/ quale fu il dubbio non espresso,/la segreta ragione/la segreta ragione…?. Ma ci sono ancora nuove strade da percorrere: “Ma tu hai conosciuto mai qualcosa vivere/e riuscire a restare immobili?”

E’ una sua peculiarità: interrogare la lingua e il mondo per cercare vie d’uscita. “Non ebbi certo volontà di morte/ma credo sia stata la vita, offesa, a ritirarsi”. In una sorta di Spoon River delle emozioni e dell’esperienza, Rienzi ci accompagna in una galleria di specchi e poco dopo “Sta suo malgrado intorno a me la vita” come a segnare un obbligo etico a non rinunciare. Per poter riposare nel balenare di una sorpresa: “Poi mi chiami, vestita dei tuoi occhi/e fai apparire melograni e magnolie/ in fiore, e proprio qui e proprio adesso/quel vapore prende forma del tuo volto. Perché sul sentiero del ritorno … ”L’anima dal corpo denudata/di più illuminava”.

C’è un che di misterioso nei suoi versi che rinvia addirittura a Borges, come è stato rilevato da Sandro Montaldo, ma è un mistero che ci rassomiglia a che ci scalda nelle notti d’inverno occidentali e orientali che siano. Un libro da tenere sotto il cuscino: ci racconterà di storie e pensieri dialogando coi nostri sogni.

Stefano Vitale

CONDIVIDI