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COSTUME E MALCOSTUME


A cura di
Piero Flecchia

 

Anno 2006

 




'Shalimar il clown'
ovvero
l'islam secondo Salman Rushdie

I nostri circoli intellettuali, si declamino di destra o di sinistra, sono sostanzialmente "codisti"; e codisti di quella cosa arcicodista strutturalmente, che sono i politici.

Il codismo della nostra cultura è la conseguenza di una sua ingenua e patetica volontà di appartenenza, che ne ha cancellato il tratto originario, la ragion d'essere di ogni scrittura: il pensare in proprio e non al servizio di un qualche progetto di redenzione, la dcui irresistibile tentazione fa dei nostri scrittori, a discendere da Pasolini, dei neopatristi, la più parte orfani d'una patria spirituale linguistica italica.

Questa morte della capacità di giudizio autonomo rende disperatamente impegnati - fatte salve le poche eccezioni, ma così eccezionali che bisogna cercarle con perfin più tenacia che Diogene l'uomo - i nostri scrittori a mascherare, occultare, trasformare i conflitti reali, invece celebrando come immani scontri epici le varie sottosezioni di quella vera batracomiomachia nostrana che è il duello Prodi-Berlusconi, Ulivo-Casa delle Libertà, i grandi conflitti del mondo, cose di un altro mondo.

E del conflitto centrale del nostro oggi: quello tra islam e occidente, tratta da sempre la scrittura di Rushdie, dalla quale infatti la nostra critica militante si è tenuta sempre decisamente alla larga e dunque anche dall'esemplare momento di riflessione su questo conflitto Islam-Occidente che è il suo recente romanzo - Salman Rushdie 'Shalimar il clown' ed. it. . Mondadori, pp 472, euro 19 - romanzo pensato e scritto dopo circa un decennio di attive persecuzioni islamiche alla persona fisica dall'autore dei 'Versetti satanici', che solo per aver accuratamente evitato l'Europa continentale ed essersi affidato alla protezione anglosassone ha evitato la fine di Teo Van Gogh.
Ma che cosa le pagine di 'Shalimar il clown' contengono di così inaccettabile per la nostra cultura accattopostcattomarxista?

Per comprenderlo bisogna coglierne l'elemento cardine, il tratto che la caratterizza la nostra cultura lazzarona: l'idea di un interetnismo dove le differenze convivono armoniosamente e reciprocamente si rilanciano e sostengono. Il romanzo di Rushdie è invece la più radicale negazione di questo asserto, che la Casa delle Libertà condivide con i pacifondai più sfrenati, e che ha il suo grande sacerdote officiante nel papa.

Per la nostra cultura Islam e Occidente sono destinati a convivere, per Rushdie il conflitto non solo è inevitabile, ma è già in corso e il suo racconto ne è la veridica metafora, felicemente compendiata ed emblematizzata nel protagonista ed eroe eponimo della novella: Shalimar il clown, allegoria trasparente dell'Islam, religione nei suo tratti, all'analisi della ragione, essenzialmente comica e apparentemente conciliante, ma che poi si rivela aggressiva e determinata fino al genocidio davanti a culture etniche diverse.

Dalla vittoria del Cristianesimo, per sfuggire alle persecuzioni, modelli di verità dissenzienti, in Occidente, e con particolarmente complessa articolazione nel nostro Medio Evo, svilupparono un sistema di simboli e allegorie a trasmettere insegnamenti eterodossi rispetto al canone cristiano. Anche Rushdie in questa sua novella ritorna alla medioevale pratica dell'occultamento esoterico dell'insegnamento profondo, della verità ultima, fatto cosciente del rischio del dire la verità expressis verbis, dopo il violento attacco patito dai settari islamici. Questo occultamento non riesce arduo da progettare a Rushdie, uno straordinario narratore, la cui scrittura si disloca sul versante della complessità barocca, del piacere del gioco narrativo, a mutuare dalla nostra tradizione, gaddianamente portato alle divagazioni, al gusto per il dettaglio, e inevitabilmente l'inciso. La divagazione irrompe e frammenta il ritmo della narrazione, i personaggi minori, gli episodi periferici soffocano e occultano il tema narrativo centrale, che solo la vigile attenzione del lettore riesce a tener presente come elemento centrale, insegnamento ultimo e vero.
Proprio per questa sua tendenza alla complessità e alla cura nei dettagli, senza la sottolineatura nel titolo, difficilmente il clero sciita si sarebbe accorto dei contenuti eversivi anticlericali dei celeberrimi 'Versetti satanici', ma le vicende umane hanno svolte e percorsi ben bizzarri, e infatti mentre Rushdie, scrittore sostanzialmente per pochi, è diventato il grande nemico dell'Islam, Naipaul, lo scrittore che di questa religione ha tracciato il profilo più crudo e inquietante, non ha patito interdetti.

Questi due scrittori, le loro opere ci insegnano che il pericolo islamico è la coerente conseguenza della capacità della dottrina coranica di promuovere elementi marginali a detentori di una verità ultima e decisiva e quindi di renderli strumenti subalterni di una classe dirigente islamica metropolitana meccana che si sente minacciata dalla laiczzazione e che per sopravviversi e continuare a dominare tra i credenti deve rilanciare la funzione religiosa integralista.

Questo ribadisce anche la storia di 'Shalimar il clown' al centro del cui meccanismo narrativo c'è il deliberato ritorno al più universale e classico tema della fabula: mette in movimento e regge la vicenda una storia d'amore, scientemente consumato l'atto sessuale per iniziativa della ragazza.
Shalimar e Boonyi sono due adolescenti di uno stesso villaggio del Kashmir, ma lei di religione e cultura indù e lui mussulmana.

All'inizio la loro relazione si muove su un puro fondamento naturale erotico sessuale, nel quale, per gradi e per pressioni esterne inferiscono i modelli culturali, che rendono progressivamente estranei e poi nemici i due amanti e poi sposi.
Il mondo chiuso del matrimonio e della morale tradizionale, della quale l'Islam è la forma semplificata ultima e definitiva, ben presto la giovane donna li sente intollerabili. Decide di andarsene, sentendosi sempre più estranea al mondo del marito, di professione comico, ovvero l'arte che esige maggiore disciplina e comprensione della natura umana, ma anche una sua unilaterale semplificazione, da qui l'identità comicità Islam, religione della semplificazione.
Lei seduce un europeo-americano, che la ingravida, e alla fine del libro la figlia di Boonyi, dall'emblematico nome di Kaschimira, e Shalimar il comico, intanto diventato terrorista, si troveranno di fronte in un duello mortale.

Trasparentemente siamo davanti al duello mortale finale tra l'Islam e la civiltà indoccidentale, perché per il Nostro nessuna soluzione di compromesso è possibile tra l'Islam e l'altro mondo, ma Rushdie ha imparato la necessità della scrittura criptica, della quale 'Shalimar il clown' è un notevole esempio, il meccanismo della narrazione percorso da riflessioni e divagazioni, morali e storie tutte di notevoli suggestioni, ma che si rivelano tutte, entro la logica del racconto, false piste, maschere e occultamenti, ma anche a un tempo indicazioni criptiche.
Esemplare è l'identità, debole e manifestamente falsa, e Rushdie per primo ne è cosciente, tra la storia del Kashmir, terra di confine tra culture indostana e islamica, e l'Alsazia, antica provincia dell'impero germanico, che la Francia del re Sole si annette, avviando poi il lungo processo di assimilazione culturale francofona, dov'è l'uovo del drago che partorirà due guerre mondiali e la fine dell'egemonia europea.

Il conflitto per l'Alsazia fu un conflitto tra due nazionalismi, che nei loro giochi di alleanze sconvolsero il mondo, e che nei momenti di peggior delirio pensarono di poter dominare il mondo intero aut francesizzandolo aut germanizzandolo. L'Unione europea è la svolta paradossale, il gioco con il quale la storia risolve il nodo e lo dissolve. Può la follia islamica di dominio planetario conoscere la stessa svolta? Rushdie lo auspica, ma romanziere non utopista e non politico, nel contempo constata la tenace suggestione degli islamici di impadronirsi del mondo, ridurlo al dettato coranico. Ecco perché molta parte e attenzione della narrazione segue le vicende della guerriglia terrorista islamica con scrupoloso realismo.

Un realismo tatticamente impiegato dall'autore a nascondere la natura metaforica della vicenda dei due amanti, la cui storia non ha quasi dimensione psicologica, i movimenti che ne scandiscono le vicende, - fino alla separazione e alla grande trasformazione in odio del grande amore di Shalimar per la sposa traditrice - sono tutti costruiti entro lo spazio del mito dalla parte della donna, mentre per l'uomo la fede come rancore e volontà di giustizia diventano i tratti totalizzanti di una guerra religiosa infinita per la sottomissione della natura.
Dopo la caduta del comunismo, che si pensava superamento e crescita spirituale della civiltà borghese laica di matrice illuminista, dall'ultimo decennio del secolo scorso l'Occidente si è trovato davanti a un antagonista ancor più deciso a proporre una propria soluzione alternativa totalitaria: l'Islam.

La cultura occidentale, sia nel corno europeo che atlantico, non sembrano voler prendere atto di questa sfida, la cui coscienza profonda ci viene portata da scrittori di confine come Naipaul e Rushdie. Questo è il valore e il contributo delle loro opere, una delle quali appunto 'Shalimar il clown', che pur nella sua forma insistitamente simbolica, nelle sue divagazioni e barocchismi si rivela capace di contenere informazioni decisive sulla realtà nella quale viviamo, a differenza dei vari racconti della letteratura nostrana corrente, troppo spesso neanche provinciale, solo fatuamente cosmopolita alla maniera della cucina dei grandi alberghi, come appunto le opere finaliste del recente premio del PEN club, della cui sezione newyorkese Rushdie è una colonna, ma a dire quanto poco basti e conti l'appartenenza a fare uno scrittore.

 

 

 


La colpa come verità ultima
una nota in margine al saggio
'Lo scrittore nel tempo' di Giuseppe Panella

La nostra sentenza non suona severa. Al condannato è scritto sul corpo il comandamento che ha trasgredito. A questo condannato, per esempio - e l'ufficiale indicò l'uomo - sarà scritto sul corpo 'Onora il tuo superiore' . Una condanna che non gli è stata letta, ma il condannato decifrerà seguendo con la percezione fisica del corpo il lavoro di una sorta di stampante ad aghi che gli tatua la norma violata. Così, nella novella, 'La colonia penale' Kafka affronta il problema centrale del riconoscimento della propria colpa da parte del reo in una società desacralizzata. Una società dov'è stata uccisa dalla nietzschiana morte di dio la dialettica trasgressione del codice sociale rimorso reintegrazione dell'errante nelia società, che ha la sua summa nella grande scrittura di 'Delitto e Castigo' e de 'I fratelli Karamazov'.

Dopo la dissoluzione culturale dell'anima, inevitabilmente il corpo, la veste transitoria delle società del sacro, nella società desacralizzata deve diventare il centro: tutto sorge e ritorna al corpo, non più soltanto spazio fisico, ma ormai anche ente metafisico. Sì, gli dèi si sono ritirati dal mondo, ma la dinamica del dramma sociale della trasgressione individuale della legge comunitaria non solo permane, acquista forza devastante, bloccati nella società laica i rituali religiosi del perdono.

A discendere da Kafka legge e colpa si istituiscono in quell'unità devastante che san Paolo aveva denunciato nell'elaborazione della dottrina della grazia: "Senza legge non c'è peccato", sottinteso perché non ci può essere trasgressione, ma un ben più importante elemento san Paolo sottintende: la legge cristiana si fonda sul perdono.

La vera catastrofe della morte di dio è la dissoluzione del luogo trascendente da dove legittimare il perdono, per cui, come nel 'Processo' Kafka individua, colpa e legge si tengono in una sventurata unità, dalla quale procederà tutta la grande scrittura del XX secolo, impegnata ad esplorare il nodo legge-trasgressione, secondo quella logica che già era stata al centro della tragedia greca, tra Elettra, Edipo e Antigone; prigionieri, vittime di una legge che fonda l'ordine attraverso l'azione ossessiva sadica di Procuste, forma simbolica mitica della ragion di stato.

La fine del cristianesimo nell'Europa laicizzata del XX secolo porta in primo piano la tragicità della legge, necessaria e soffocante, che in parte la coscienza europea cerca di eludere nell'utopia, la prima e la più tenace delle quali, l'anarchia, fu la tentazione e suggestione sulla quale indugiò, prima di esplorare l'inestricabile dramma tragico del nesso legge sociale destino individuale, lo stesso Kafka; ma la cui scrittura si disloca prima della maledizione epidemiologica dei conflitti nella storia tra individuo e legge, che sta al centro tanto delle tragedie bolscevica che nazifascista, soluzioni illusorie di un dramma che aveva dispiegato il suo scenario devastante già con la prima guera mondiale. Ma proprio come il mito ai tragici greci, la storia offre agli scrittori, dopo la prima guerra mondiale, - tra i dissidenti russi e Naipul, a discendere da Céline e Joyce - lo spazio mentale per una riflessione sulla logica strutturale attraverso la quale la storia trapassa a una fissità tragica, oltre le differenze contingenti della cronaca, nell'incontro sventurato tra l'ente umano naturale e la legge sociale che lo assoggetta a un codice culturale.

E a questa dialettica tragica non è sfuggito neanche il paese europeo che meglio è riuscito, con grande sapienza, a resistere ai bordi della grande temperie che ha sconvolto il XX secolo: la Svizzera. Infatti, generato dal suo contesto sociale, il maggior scrittore svizzero del XX secolo Friedrich Dürrenmatt (1921-90), ha esemplarmente percorso la devastante frattura tra legge e individuo entro la propria società, facendone il motore immobile di tutta la sua straordinaria vicenda di narratore. Giuseppe Panella (Lo scrittore e il tempo, ed Solfanelli, pp 95, € 7) ce ne offre una sintetica ricostruzione di grande forza incisiva, perché l'assunto teorico del nodo legge sociale destino individuale, formalizzato attraverso l'uso mitico della storia, - così ridotta a subalterno elemento didascalico del destino individuale - è ricostruito per illuminanti citazioni testuali dalle opere di Dürrenmatt , verso l'icastica constatazione: "La realtà della sua opera risiede tutta nella sua conclamata e irrimediabile irrealtà.'

A questa conclusione Giuseppe Panella, docente presso la Normale di Pisa di estetica, giunge da una scrittura che ha l'andamento del libello, e proprio mentre svolge una serrata analisi letteraria, il cui maggior risultato è, almeno per lo scrivente, di costringe irresistibilmente a riprendere in mano i testi di Dürrenmatt; di ritornare a un grande scrittore, che ha svolto la sua ricerca sull'uomo nella coscienza della profondità dei conflitti che dilacerano la psiche umana mentre prende forma sociale.
Sono lacerazioni tragiche inevitabili, quando la rassicurazione di una dogmatica teologica non è più capace di un articolato rituale religioso formativo delle coscienze individuali. Quale allora la soluzione dopo che l'intelletto umano ha ridotto la Legge di Dio al letto di Procuste della ragione?

A ognuno la risposta che si vale, di suo il bel saggio di Giuseppe Panella ci ricorda che Dürrenmatt ha individuato, dato forma alla sua scrittura, nella coscienza che se la soluzione dell'enigma ha salvato nell'immediato Edipo, è stato soltanto per calarlo più crudamente nel disperato dramma che è l'esistere.

Piero Flecchia

 

 





Ridere con Dio o deridere dio?
Una nota sul comico e il sacro

Era un bel po' che non riprendevo in mano uno dei libri che conservo più presenti: Homo Ludens di Johan Huizinga, la cui scoperta devo, verso i quattordici anni, a padre Mario Flecchia SJ: Huizinga e Orazio a mostrarmi la sua via della Fede, che si fondava su quello che per lui era il più generoso dono di Dio: il senso del gioco, del quale il il ridere è la manifestazione più alta e complessa.

In fama di latinista, uomo parco di parole e cibo, netto nel giudizio, e oggi, da un suo inno alla Madonna di Valsola in dialetto garessino - una coiné tra ligure e piemontese - intravedo anche poeta non soltanto estemporaneo, a lui devo quanto so circa le Cose Supreme, che sinteticamente espose intorno a un episodio di cronaca, non ricordo come, affiorato durante una riunione famigliare conviviale. Era quel giorno gran fatto di cronaca locale la reazione d'un marito cornificato. Turnista di notte, tornato a casa per un guasto dei telai, trovò la moglie a letto con un amico. Non tanto questo fatto aveva sdegnato l'uomo, quanto il caldo nell'appartamento, scaturito da una stufa economica in piena funzione, mentre avrebbe dovuto essere spenta. Anche cacciatore, davanti a tanto spreco, l'uomo, a fucile spianato, impose ai due traditori l'aut aut: aut una rosa di pallettoni in pancia, auto entrambi posare le loro due chiappe sul piano rovente della stufa. I due dovevano vedersela brutta, se scelsero tal soluzione. L'uomo poi aveva accompagnato i due al pronto soccorso, dov'era stato denunciato e arrestato dai carabinieri per un qualche articolo del codice penale.

Due avvocati tra i commensali, il punto divenne: quanto legittimo l'arresto. Padre Mario ascoltava e sorrideva, per poi, a precisa domanda, argomentare; "Quando ci preparavamo per diventare confessori, a spiegarci la complessità e profondità del sentimento della gelosia, un teologo ci raccontò che in Paradiso un colpo di fucile ben mirato da dietro una nuvoletta facesse secco lo Spirito Santo svolazzante in forma di colombotto. E san Pietro chiamò Gesù che, invocato il Padre, lo resuscitò. Una due dieci volte, e san Pietro, persa la pazienza, invitò Gesù a chiedere al Padre, la prossima volta, di paralizzare il braccio del malvagio. Passa qualche giorno, e san Giuseppe va da Gesù a domandargli di rendergli la funzione di un braccio, che s'è inesplicabilmente bloccato. E Gesù: "Ma devi proprio sparare allo Spirito Santo non appena assume le forme di colomba?" E Giuseppe: "Non posso resistere. I motivi personali sono troppo forti."

Insomma, la gelosia, devono imparare i confessori, è un sentimento naturale particolarmente devastante, come tutti i sentimenti che ridicolizzano una persona davanti a una comunità, come si poteva cogliere anche nel comportamento del marito del fatto di cronaca. Egli aveva punito i traditori ridicolizzandoli, cioè infliggendo loro, lui però volontariamente, la stessa punizione che quelli infliggevano a lui cornificandolo: un atroce ridicolo davanti alla comunità.
Padre Mario passò poi a spiegare che la persona nulla teme di più del ridicolo, e per una ragione ben precisa: il riso è il tratto specificamente umano, che esprime il più bel dono di Dio all'umanità, l'elemento che differenzia l'uomo da tutti gli altri animali. Era una convinzione di Padre Mario, un suo modo di intendere il rapporto tra Dio e l'uomo, cui uno dei due avvocati oppose la forza demoniaca devastante della derisione. E padre Mario: "Certamente vero. Esiste un uso perverso del riso come del sesso. Ma entrambi discendono da Dio, come il libero arbitrio nostro nel loro uso."

Quelle stesse ragioni di prestigio sociale che avevano eccitato il marito cornificato a un tipo di punizione che padre Mario definì dantesca, spinse i due avvocati a opporre pandette a teologia con un complicarsi dei ragionamenti, i cui rimandi in gran parte mi sfuggivano, ma non che padre Mario SJ sapesse molto meglio argomentare. Fu così, per la sua evidente vittoria dialettica, che imparai a prendere sul serio le ragioni della teologia e della filosofia e del gioco: dell'Homo Ludens, capace appunto, come il marito, attraverso il gioco e il riso di evitare un doppio omicidio, perché, fu la incomparabile stoccata ai due legisti di padre Mario: 'Soprattutto le ragioni del diavolo vanno prese molto sul serio." E passò a esaminare, entro il riso, il profondo valore sociale della satira oraziana, elaborazione civile della satira dei costumi, soprattutto importante come strumento di critica del potere. Per Padre Mario SJ in questa classe andavano collocate anche le non proprio edificanti storie, con illustri esempi in Dante e Boccaccio, di critica ai preti, che quando prende tratti blasfemi di critica al dogma cristiano soltanto una cosa prova: che la ragione, fonte anche del riso e della derisione, può tendere, intuire Dio, ma soltanto la Fede, che scende dall'alto, può insediarne la visione nel cuore umano.

E nella dottrina di padre Mario SJ c'è, a me sembra, anche la vera spiegazione degli sfracelli islamisti in accadimento per due vignette umoristiche due di un quotidiano danese con protagonista Maometto. I teologi e gli intellettuali maomettani berciano alla blasfemia a occultare la realtà di violenza che questa religione sta rimestando. I fatti sintetizzati dall'umorista non se li è inventati lui, mentre, a dirla con padre Mario SJ, la critica satirica dell'umorista va a sviluppare un dubbio che anche nei popoli arabi dev'essere diffuso: che tutto il complesso di norme e divieti alcoranici serva in primis a tutelare il privilegio dei detentori del potere politico, che si legittimano appunto nella teologia coranica.
Portare in piazza i credenti a gridare contro due vignette umoristiche è recitare una pantomima perfin turpe: non diversa nella sostanza dal pacifismo manovrato dai bolscevichi, che portava la gente in piazza contro i missili americani. Perfin più turpe, perché qui siamo davanti a un potere invasivo che, con i suoi isterismi, rivela di non poter tollerare proprio niente. Quest'eccitazione manovrata attraverso un uso demagogico dell'informazione, delle masse islamiche, è perfin peggiore dell'omicidio rituale di Teo Van Gogh, perché ne spiega la non episodicità. Ma purtroppo mostra anche dell'altro, attraverso i giudizi dei vari Socci o padre Enzo Bianchi, che dalle colonne de La Stampa trombona: "Esportare la libertà di stampa? Ma è come esportare la libertà con le bombe."

C
aro Demagogo, quando mai i giornali danesi hanno preteso di esportare la libertà di stampa nell'islamstan?

La verità ultima è che i vari Socci e padre Bianchi vogliono reintrodurre anche in Occidente quelle norme censorie della blasfemia che, prima della rivoluzione liberale illuminista costringevano i Voltaire a pubblicare anonimi i loro scritti, e rischiare trattamenti come quello patito dal poeta Ferrante Pallavicino, sequestrato a tradimento dalla polizia inquisitoriale e decapitato in Avignone: storia remota, XVI secolo, ma quanto remota?
Quanto non la nostra società incamminata a ritornare per quei modelli simbolici di rispetto umano, anche allora costruiti agitando bibbia e quant'altro?

Questo sostiene, se ne renda conto o non se ne renda conto, chi sostiene il diritto dei maomettani a decidere anche in Europa cosa si deve o non si deve caricaturare della loro identità culturale. Stando alla teologia di padre Mario Flecchia SJ, questa decisione per via teologica di cosa ridere e deridere appare una decisione perfin blasfema, se il riso è la più attendibile immagine della contiguità tra l'umano e il Divino: che lo ha voluto, creato homo ludens, attraverso la parola, il sesso, la tensione alla libertà, mentre l'homo faber viene tutto e provava per padre Mario SJ che il diavolo c' è. Quello l'uomo del diavolo, l'uomo che non ride, l'uomo petrolifero, giornalifero, del prestigio sociale, che infatti odia sempre il riso.

Piero Flecchia

 

 

 


Dalla logica naturale alle metalogiche culturali
una nota in margine alla
teoria dello stupro di Guido Ceronetti

Il 27 giugno c.a. il quotidiano 'La Stampa', davanti ai reiterati casi di violenza sessuale, a darne al suo vasto pubblico di lettori una inquadratura generale, in prima pagina ha collocato, sotto il titolo 'Stupratori erranti', il fondamentale contributo antropologico in argomento di Guido Ceronetti, uno dei maggiori pensatori italiani di orientamento neociorgnariano (Cioran + …..)

Dopo aver premesso che, di questi anni, le donne, soprattutto d'estate, vanno in giro esponendo nudo l'ombelico, e chiappe e l'Ubalda giusto ombreggiate da veli, l'illustre pensatore inserisce questa visione di nudità femminili in una più vasta teorica sulla natura umana, che così delinea, cuore della questione stupro, da un esordio prosastico solenne, di vasti riferimenti teologici :

"Va ricordato che prima di essere persone, ragazze, lavoratrici, amanti, le donne, elementarmente, sono 'corpi', in cui l'ambigua Divinità, per i suoi discutibili fini, ha posto la più violenta e rovinosa fonte del desiderio maschile, e l'uomo, più è brutale d'istinti, più è prossimo alla materia, meno è in grado di resistere ai demoni della libido. Non importa se la povera stupratina, a cui tocca la schifosa esperienza …."

L'importanza dottrinaria di questo passo risiede in quattro passaggi:

a) le donne sono innanzitutto corpi per una scelta antecedente,
b) voluta dall'ambigua Divinità che ha aggiuntivamente posto nella donna
c) la più violenta e rovinosa fonte del desiderio maschile,
d) e l'uomo, più è brutale d'istinti, più è prossimo alla materia, meno è in grado di resistere alla pulsione allo stupro.

Il forte pensatore vede che per la 'povera stupratina' l'esperienza è 'schifosa', ma anche inevitabile, nella lotteria delle vita, perché le leggi dell'ambigua Divinità impediscono all'uomo bassamente naturale di resistere alla pulsione libidinale, preso nella macchina degli istinti decisa dalla Grande Potenza Superiore (Arimane?).
Una macchina antica, da come la vede Ceronetti, che così la descrive: "l'aggressività delle caverne, l'ululato notturno della foresta, il ratto delle Sabine (che fu un gigantesco stupro di gruppo, non esaltiamolo troppo) si sono risvegliati in lui.", anche perché questo Lui, dice Ceronetti; "viene da dove le donne hanno il velo e vivono ingabbiate, l'urto con i corpi in libertà …."
Qual è il rimedio per il metafisico Ceronetti Guido?

N
on facile, perché bisogna: "persuadere le figlie, se c'è una famiglia in grado di fiutare il pericolo, di non accodarsi alla volgarità della moda, vestendosi con più avvedutezza"
Come funziona un cervello che la logica dello stupro la racconta come sopra esposto, e che come rimedio elargisce il consiglio: vestire talebanicamente le donne?
Per cercare di capirlo partiamo dalla più clamorosa stupidaggine della scrittura ceronettica: il ratto delle Sabine, del quale, insegna: 'non è il caso di menare vanto'. Infatti, su ogni piazza di paese italico c'è un monumento al memorabile "stupro di gruppo", a mostrare alle giovani generazioni la via italica al matrimonio e alla famiglia.

La verità è che Ceronetti per primo sa che il ratto delle Sabine è un mito, ovvero un racconto favoloso, che sottende una verità storica dissoltasi: il matrimonio per ratto, che nella Roma storica sopravviveva in forma concreta nella scelta di ogni nuova vestale del collegio sacerdotale preposto al fuoco sacro: "Te rapuo.", proclamava il sacerdote di Giove, scegliendo nel lotto delle candidate la nuova Vestale. Ceronetti conosce questi meccanismi e miti, e molto meglio dello scrivente, ma nel suo scritto sullo stupro egli non cerca una comprensione storicamente puntuale dei fatti, bensí, come ogni teologo, la verifica nel contingente di un modello trascendente eterno, che illustra attraverso una grande manovra demagogica di riorganizzazione dei più triti luoghi comuni a dati della conoscenza scientifica incontrovertibile. Infatti, per il Nostro chi è l'archetipo dello stupratore? Un islamico.

L'immaginario del Grande Intellettuale coincide qui con quello del lettore filisteo medio, mentre le statistiche dicono che in Italia soltanto il 30% degli stupri ha per attori extracomunitari, e dove gli islamici non sono che una parte. Uso arbitrario della statistica, ma anche ricorso a tutti i più vieti luoghi comuni, tra i quali svetta: "l'aggressività delle caverne, l'ululato notturno della foresta", che deriva dritto dritto dal peggior Marx: quello della miseria primitiva, dalla quale l'uomo fugge attraverso lo sviluppo della base materiale. Eppure, anche qui Ceronetti sa, - lui che negli anni Cinquanta polemizzò, tra i primi in Italia, con il marxismo - che la dottrina della miseria dei Primitivi è pura fantasia. Nei fatti gli uomini delle caverne vivevano in relativa abbondanza e in grande civiltà di costumi. Infatti, la ricerca paleoantropologica fa coincidere il rachitismo osseo, segno di sottoalimentazione endemica, con la comparsa delle cosiddette grandi civiltà urbane storiche, mentre ricerche etnografiche (P. Clastres) hanno documentato il perentorio divieto di stupro tra i selvaggi. Perché uno studioso e scrittore arguto e dotto cade tal improvviso delirio mentale?

Per cercare di capirlo andiamo a un articolo affine, comparso nello stesso giorno del memorabile parto intellettuale di Ceronetti, sul New York Times: una indagine sulla libertà di pensiero in Europa: che ne denuncia la crisi, citando a prova due sentenze della magistratura francese e italiana: la condanna di un giornalista francese a pagare un euro ai querelanti rabbini parigini per aver sostenuto comportamenti nazisti dell'esercito ebraico in Palestina; e la condanna di Oriana Fallacci in un tribunale italiano, il suo reato aver sostenuto in uno scritto che l'islam è una religione che insegna l'intolleranza ergo religione barbarica.

Per quale ragione il fondamentale postulato illuministico volteriano della libertà di parola, poi ripreso dall'utilitarismo benthamiano e fatto proprio dai liblab di tutto il mondo, viene ormai ignorato dai tribunali europei, dove prevalgono pregiudizi teologici di tipo paraislamico?
L'articolista del Times newyorkese mentre non osa misurare quanto ormai di niente disti l'Europa dal modello komejnista, cerca però di spiegare questa deriva attraverso la storia del continente: le sentenze dei tribunali contro la libertà di pensiero sono, per il giornale USA, da imputare all'effetto perverso del nazifascismo, che si impose in Europa attraverso una sistematica falsificazione del pensiero, una retorica perversa, che ha insegnato a diffidare appunto dalla libertà di pensiero.
In questa conclusione vediamo all'azione un riuso arbitrariamente interpretativo dei fatti della storia e delle dottrine che li hanno generati e/o preteso di guidarli. Siamo davanti a un discorso metalogico perfettamente parallelo a quello ceronettiano sullo stupro. Ma come nasce questa metalogica, che cosa sottende?

Per capirlo dobbiamo anche noi tornare alle caverne, dove abitavano i primi gruppi di homo faber: il costruttore di utensili che ha inventato e trasmesso un sapere tecnico, poi asceso a modelli scientifici attraverso il linguaggio universale matematico.
Questa crescita del sapere sulla natura, e anche sull'uomo come parte della natura, ha trovato, a partire dalla filosofia greca, una formalizzazione fondata sull'intuizione delle leggi della razionalità naturale, la cui empietà è però immediatamente sembrata evidente e pericolosa, soprattutto a quei gruppi che fondavano il loro potere su vecchi miti religiosi, governavano la società attraverso i riti sacrificali. Questi gruppi soprattutto si sono mostrati tenacemente restii ad accettare il principio di non contraddizione e di causa ed effetto, che guidano ogni percorso deduttivo, verificano ogni modello interpretativo, e producono, davanti all'ignoto, il socratico: so di non sapere. Contro questa cultura fondata sul mondo della natura, cultura ex ipotesi egualitaria, nel mondo di Socrate si scatenò la sofistica: uso arbitrario della scienza naturale, subordinata ai miti religiosi.

Socrate fu condannato per aver irriso i valori populisti difesi dai Ceronetti del suo tempo, gli eterni sofisti al servizio del potere, che ogni volta ricostruiscono il mondo intorno alla visione di una cattiva materia, una natura maligna, a nascondere le truffe, le ruberie del potere, che da sempre retribuisce lautamente questi sofisti, li vuole celebrati e celebri, per il forte interesse al diffondersi delle loro stupidità esemplari, che integrano verità e racconti mitici al servizio del potere, costruiscono racconti dove le donne stuprate sono "povere stupratine", ma per colpa loro o dei loro babbi e mamme, che non hanno spiegato loro che nell'hic et nunc Italia arrivano barcate di giovani islamici sbandati, che si affiancano a vaganti zattere domestiche di meno giovane mondo di zii e padri anche loro in troppi con la condanna naturale alla forte pulsione sessuale cavernicola.

Se nell'articolo di Ceronetti la questione fosse soltanto l'uso da parte del suo autore improprio ed eversivo del sapere scientifico per ingannare la gente e servire il potere a campare lui, non varrebbe la pena d'una confutazione; ma nell'articolo di questo intellettuale italiano: questo maggiorato mentale che ragiona davanti ai fatti della vita come un tifoso di calcio davanti ai dettati arbitrali, che comprende e legittima lo stupro fisico perché campa di stupri mentali, sono all'opera alla grande quei meccanismi di retorica falsificante dei modelli scientifici che ci permette di vedere che cosa bolle nelle pentole mentali dei facitori nostrani di leggi e catechesi varie. I facitori di una legge come la 40 sulla procreazione assistita, o delle leggi che permettono ai più grandi truffatori di tutti i tempi: i truffatori della banda Tanzi, di mai andare in galera. O ancora, a un giudice di assolvere uno stupratore perché il pantalone di jeans della stuprata era così stretto che poteva essere sfilato soltanto con la collaborazione della 'povera stupratina'. E dove c'è collaborazione non c'è stupro. O ancora, perché altri magistrati non ordinino neanche gli arresti domiciliari per una banda di nostra stupratori comaschi: perché? Perché lo stupro aborigeni su aborigena non è previsto dal modello Ceronetti?

Oh bel Paese dove il sí (capisce poco) dolce suona.


 

 


Il 'CREDERE' contro il 'PENSARE'
Una nota di costume in margine al bicentenario mozartiano e la linea Arbasino

Per l'umanità la ricorrenza più significativa del 2006 è stata, in quanto trascendeva sette fazioni e nazioni, il bicentenario della morte W. A. Mozart, che non poteva non diventare la felice occasione per riascoltarne le armoniose cattedrali di suoni e celebrare il grande artista. Infatti, il trascorrente 2006 è musicalmente caratterizzato da un germogliare planetario di simposi locali e internazionali, intorno non solo a esecuzioni e dibattiti sulla musica mozartiana, ma anche sulle grandi idee e sui privati gusti dell'uomo Mozart.

Ecco una piccola loggia massonica della provincia pedemontana celebrare tanto bicentenario con una raffinata degustazione di cioccolate e cioccolatini, come quadro a un concerto di musiche mozartiane, a ricordare ed esplorare anche la passione per la cioccolata del Grande. Ma non sempre la fantasia di chi ha organizzato i simposi è stata degna della levità mozartiana, e così in non poche celebrazioni, anche stante la tendenza di moda al religiosizzare, c'è stato chi ha coniugato Mozart e l'escatologia religiosa, con l'inevitabile rimando alla forma massonica della sua speranza religiosa, ovvero di credente in un Grande Architetto che, stando ai si dice, per il credo massonico l'umanità può conoscere soltanto attraverso la Ragione al lume di una autentica e profonda tensione morale alla Verità. Dunque, una Verità, per il credo massonico, sempre conquista personale, e la cui conquista passa per la rottura con gli schemi della religione politica, una cui forma sono anche le cosiddette grandi religioni rivelate, soprattutto a discendere dall'ebraismo, e via procedendo per le sue due più fortunate eresie: cristianesimo e islamismo.

Il suo credo massonico Mozart espose, tra l'altro, nell'opera lirica 'Idomeneo'. Qui, Idomeneo re di Creta dialoga con i quattro massimi esponenti di quattro grandi religioni rivelate: Nettuno emblema del paganesimo, Buddha, Gesù e Maometto, per poi decapitarli. L'azione violenta del re di Creta vuol essere la trasparente metafora provocatoria - e non diversa da quella del maestro Zen giapponese che esortava i buddhisti a uccidere il buddha - del percorso attraverso il quale l'uomo raggiunge la conoscenza. Un percorso che gli impone di rompere con le forme spurie della religiosità, come appunto sono, per ogni massone verace, i monoteismi rivelati.

L'Idomeneo, come d'altra parte il ben più famoso 'Flauto Magico', è un'utopia massonica che, pur tra discussioni e dibattiti, da oltre duecento anni va in scena nei teatri lirici d'Europa. O meglio: andava, ma non più dal trascorrente anno domini 2006. Almeno non al teatro lirico di una delle grandi capitali del mondo contemporaneo: Berlino. Il teatro lirico di Berlino aveva incautamente messo in cartellone l'Idomeneo, ma per poi, alla vigilia dell'esecuzione, sospenderne la rappresentazione, la motivazione: evitare le reazioni degli islamici.

Siamo ormai in un mondo dove la verità di Mozart, ovvero la verità che fonda, fin dalle origini, e la scienza e la metafisica occidentali: procedere nella ricerca, se necessario, anche oltre e contro i codici religiosi convenuti, è diventata una verità che non si può insegnare e quindi esercitare negli spazi sociali occidentali, quando violi i divieti maomettani; ovvero il come l'uomo deve pensare stabilito una a tantum et secundum giramentum minchiate, dai settari seguaci dei detti enunciati da un ingegno certamente vivace e fantasioso, ma che di scienza e riflessione metafisica ne sapeva forse perfin meno dei cammelli che lo trasportarono per le barbare solitudini desertiche arabiche. E a confermarci nell'intuizione, mentre noi concettavamo questo articolo, causa un articolo di denuncia dell'intolleranza islamica, il filosofo francese Robert Redeker era colpito da una sentenza di morte, propagandata da vari siti integralisti, dove compariva la sua foto, la piantina della sua casa, mentre la vendita del numero de 'Le Figarò', che pubblicava l'articolo era vietata in Tunisia e Marocco.

Che cosa conteneva di tanto scandaloso l'articolo incriminato? La ragione è tutta nel titolo: "Di fronte alle minacce islamiche, che cosa deve fare il mondo libero?". Per gli islamici importante è che il mondo occidentale soprattutto non sappia di essere colpito nella sua libertà di pensiero, e così ha articolato una campagna propagandistica sul fondamentale distinguo tra discorso sulle religioni del libro, e l'altra ricerca, in nome di un sedicente rispetto religioso, accampando il quale i teologi islamici, ma anche di molte sette cristiane e rabbiniche, vogliono fermamente vietare ogni esplorazione razionale dei dogmi e della storia del loro universo religioso.

Attraverso la panzana del multiculturalismo e del rispetto per le 'fedi' soprattutto, ma non solo i teologi islamici perseguono una strategia di interdizione terroristica della ragione: la ragione storica e metafisica non deve liberamente occuparsi di Islam, e chi lo fa deve sapere cosa gli spetta. Ecco il senso della condanna di Robert Redeker. E che ormai in Europa la libertà di pensiero sia controllata, censurata dal credo maomettano risulta evidente, visto che questi suoi divieti trovano comprensione, legittimazione anche in noti intellettuali non credenti nella forma di 'Unico' propagandata dal profeta meccano.
Eccone, in ambito italiano, l'evidenza clamorosa.

A commento della rappresentazione lirica soppressa in Berlino, uno dei maggiori intellettuali italiani viventi, quel bravo e ironico scrittore che per tutta la seconda metà del XX secolo è stato Alberto Arbasino, giunto anche lui in questo XXI, sente la necessità di affermare su 'La Repubblica' in una sua nota di costume del 29 settembre 2006: "Ma se in 'Così fan tutte' o nel 'Ratto dal serraglio' si ostentassero teste tagliate di Zapatero, Bush, Chirac, e di attori, cantanti o calciatori beniamini del pubblico, o anche di ministri o sindaci o scrittori o ebrei importanti, come si comporterebbero i sovvenzionatori pubblici e gli sponsor privati e le varie comunità?"

Nulla, quanto la riflessione sopra citata,- in margine alla paura preventiva del teatro lirico di Berlino - misura quanto profonda e minacciosa la penetrazione della propaganda islamica in Italia. Una propaganda che da sempre ha puntato sulla componente antisemita, deliberatamente ricollegandosi e richiamando spudoratamente in vita le nefande mitologie antisemite fasciste, a incominciare dalla asserita autenticità di quel falso della polizia czarista che è " I protocolli di Sion".

Arbasino di questa propaganda si rivela quanto inconsciamente prigioniero con l'affermazione che: neanche a teatro si possono toccare le teste di 'ebrei importanti'; ma c'è di più e di ben peggio nella testa di uno tra i più colti e brillanti intellettuali italiani della seconda metà del XX secolo: l'appiattimento totale sulla realtà mondana presente della sua riflessione sul grande problema della libertà di pensiero dell'Uomo, il grande tema che agisce la musica di Mozart.
Mozart non mette davanti a Idomeneo un rabbino, un banchiere ebreo, un dotto mussulmano, un filosofo buddhista o un pio pagano quale un Plutarco di Cheronea. Convoca nel convito di pietra di Idomeneo i massimi protagonisti delle religioni politiche, in una trasparente allegoria, ma della quale Arbasino sembra non avere più memoria, perché non fa più problema nella sua coscienza, dove soltanto agiscono ombre mondane insignificanti, ma che per lui sono la totalità del suo mondo: politici, attori, sponsor, insomma tutti i navigati naviganti che con lui navigano il flusso di denaro ricavato attraverso le tasse e impiegato a creare l'orgia di volgarità che è il 'tutto Parigi' metaproustiano del mondo contemporaneo. Da questa premessa può anche discendere che il terrorismo islamico, il suo rosario di massacri, assuma la forma tetra di una richiesta di moralizzazione del mondo in teste come appunto quella di Alberto Arbasino.

Ma come si è potuto giungere a tanto?
Che cosa ha sballato intelligenze acute quali di un Arbasinio, ha corrotto così nel profondo la loro moralità? Per quale ragione è del tutto inaridita quella fonte illuminista dell'Europa laica che insegnava: non la penso in nulla come te, ma sono disposto a mettere in gioco la mia stessa vita perché tu possa sostenere le tue idee?

Nella coscienza di questa lezione volterriana, i pensatori occidentali dovrebbero inorridire davanti e denunciare il terrorismo culturale islamico che di questa lezione è la barbarica negazione, come conferma l'ennesima condanna a morte per reato di pensiero emesso dall'islam contemporaneo contro il filosofo Robert Redeker.
Una buona traccia indiziaria, sempre per restare nel bicentenario della morte di uno dei grandi protagonisti dell'età dei lumi, ci viene, nell'ambito dell'annuale festival mozartiano di Salisburgo, dalla dichiarazione dell'arcivescovo di quella città che, in margine al bicentenario, si è sentito in dovere di denunciare come manifeste falsità i richiami ai contenuti massonici della musica Wolfang Amadeus, e senza che la tavanata arcivescovile facesse quel gran chiasso. E per la sobria ragione che l'obbiettività intellettuale è un valore che non pesa nel codice del populismo imperante in occidente, ergo neanche per quegli intellettuali suoi esegeti e volgarizzatori, come appunto Alberto Arbasino, che campano ingozzandosi delle sue volgarità e cacandole in florilegi, del tipo: 'o ebrei importanti'.

A sommare i due episodi, dove parlano cordardia e falsità, balza chiaro che la civiltà laica occidentale, fondata sulla libertà di pensiero e sorretta dallo sviluppo della scienza, e per questo molto più che spesso in conflitto sistematico con i dogmi delle sedicenti 'fede', attraverso quel percorso che va da Lorenzo Valla, per Galilei e Newton, verso la laicizzazione illuminista, tra Voltaire e Darwin, è molto più che sotto attacco.

Usando a pretesto il cosiddetto muticulturalismo a legittimare il codice del profeta meccano, le forze che hanno combattuto la civiltà europea definitasi attraverso il rinascimento e l'illuminismo, con feroci azioni controriformiste cicliche, come appunto nel secolo trascorso il nazifascismo e il bolscevismo, ora giocano la carta islamica, come mossa del cavallo, vaccino a provocare quei vari pessimi antidoti, tra i quali uno è 'stata' la proposta di riaffermazione di cattolicesimo 'ateo' di Oriana Fallaci, certo un meno peggio, ma soltanto un meno peggio, rispetto al progetto di ordine planetario concupito dalle torme dei tifosi organizzati della vittoria del credo insegnato dall'ultimo e conclusivo, stando al credo meccano, Profeta di Allah.

In queste proposte di riarmo morale attraverso il ritorno alla fede dei padri, c'è la pericolosa riduzione dell'uomo Mozart a facitore di suoni staccati dai loro contenuti intellettuali, la riduzione della sua arte a trascelto suono di avviso di chiamata dei telefonini e di citazioni di canzonettari, come appunto sono i grandi messaggeri teologici, i propagandisti delle verità di regime davanti al grande pensiero umano.

I due incidenti in margine al bicentenario mozartiano questo rendono evidente: il mondo dei credenti non può reggere, confrontarsi con il volo libero della mente umana e a impedirlo, se non bastano i galatei multiculturalisti arbasiniani avanti con quelli talebani, polpottiani hitleriani, manovrando la opp
ortuna controriforma a difesa del credere contro il pensare, musica compresa.

Piero Flecchia

 

 

 


Dalla logica naturale alle metalogiche culturali
una nota in margine alla
teoria dello stupro di Guido Ceronetti

Il 27 giugno c.a. il quotidiano 'La Stampa', davanti ai reiterati casi di violenza sessuale, a darne al suo vasto pubblico di lettori una inquadratura generale, in prima pagina ha collocato, sotto il titolo 'Stupratori erranti', il fondamentale contributo antropologico in argomento di Guido Ceronetti, uno dei maggiori pensatori italiani di orientamento neociorgnariano (Cioran + …..)

Dopo aver premesso che, di questi anni, le donne, soprattutto d'estate, vanno in giro esponendo nudo l'ombelico, e chiappe e l'Ubalda giusto ombreggiate da veli, l'illustre pensatore inserisce questa visione di nudità femminili in una più vasta teorica sulla natura umana, che così delinea, cuore della questione stupro, da un esordio prosastico solenne, di vasti riferimenti teologici :

"Va ricordato che prima di essere persone, ragazze, lavoratrici, amanti, le donne, elementarmente, sono 'corpi', in cui l'ambigua Divinità, per i suoi discutibili fini, ha posto la più violenta e rovinosa fonte del desiderio maschile, e l'uomo, più è brutale d'istinti, più è prossimo alla materia, meno è in grado di resistere ai demoni della libido. Non importa se la povera stupratina, a cui tocca la schifosa esperienza …."

L'importanza dottrinaria di questo passo risiede in quattro passaggi:

a) le donne sono innanzitutto corpi per una scelta antecedente,
b) voluta dall'ambigua Divinità che ha aggiuntivamente posto nella donna
c) la più violenta e rovinosa fonte del desiderio maschile,
d) e l'uomo, più è brutale d'istinti, più è prossimo alla materia, meno è in grado di resistere alla pulsione allo stupro.

Il forte pensatore vede che per la 'povera stupratina' l'esperienza è 'schifosa', ma anche inevitabile, nella lotteria delle vita, perché le leggi dell'ambigua Divinità impediscono all'uomo bassamente naturale di resistere alla pulsione libidinale, preso nella macchina degli istinti decisa dalla Grande Potenza Superiore (Arimane?).
Una macchina antica, da come la vede Ceronetti, che così la descrive: "l'aggressività delle caverne, l'ululato notturno della foresta, il ratto delle Sabine (che fu un gigantesco stupro di gruppo, non esaltiamolo troppo) si sono risvegliati in lui.", anche perché questo Lui, dice Ceronetti; "viene da dove le donne hanno il velo e vivono ingabbiate, l'urto con i corpi in libertà …."
Qual è il rimedio per il metafisico Ceronetti Guido?

N
on facile, perché bisogna: "persuadere le figlie, se c'è una famiglia in grado di fiutare il pericolo, di non accodarsi alla volgarità della moda, vestendosi con più avvedutezza"
Come funziona un cervello che la logica dello stupro la racconta come sopra esposto, e che come rimedio elargisce il consiglio: vestire talebanicamente le donne?
Per cercare di capirlo partiamo dalla più clamorosa stupidaggine della scrittura ceronettica: il ratto delle Sabine, del quale, insegna: 'non è il caso di menare vanto'. Infatti, su ogni piazza di paese italico c'è un monumento al memorabile "stupro di gruppo", a mostrare alle giovani generazioni la via italica al matrimonio e alla famiglia.

La verità è che Ceronetti per primo sa che il ratto delle Sabine è un mito, ovvero un racconto favoloso, che sottende una verità storica dissoltasi: il matrimonio per ratto, che nella Roma storica sopravviveva in forma concreta nella scelta di ogni nuova vestale del collegio sacerdotale preposto al fuoco sacro: "Te rapuo.", proclamava il sacerdote di Giove, scegliendo nel lotto delle candidate la nuova Vestale. Ceronetti conosce questi meccanismi e miti, e molto meglio dello scrivente, ma nel suo scritto sullo stupro egli non cerca una comprensione storicamente puntuale dei fatti, bensí, come ogni teologo, la verifica nel contingente di un modello trascendente eterno, che illustra attraverso una grande manovra demagogica di riorganizzazione dei più triti luoghi comuni a dati della conoscenza scientifica incontrovertibile. Infatti, per il Nostro chi è l'archetipo dello stupratore? Un islamico.

L'immaginario del Grande Intellettuale coincide qui con quello del lettore filisteo medio, mentre le statistiche dicono che in Italia soltanto il 30% degli stupri ha per attori extracomunitari, e dove gli islamici non sono che una parte. Uso arbitrario della statistica, ma anche ricorso a tutti i più vieti luoghi comuni, tra i quali svetta: "l'aggressività delle caverne, l'ululato notturno della foresta", che deriva dritto dritto dal peggior Marx: quello della miseria primitiva, dalla quale l'uomo fugge attraverso lo sviluppo della base materiale. Eppure, anche qui Ceronetti sa, - lui che negli anni Cinquanta polemizzò, tra i primi in Italia, con il marxismo - che la dottrina della miseria dei Primitivi è pura fantasia. Nei fatti gli uomini delle caverne vivevano in relativa abbondanza e in grande civiltà di costumi. Infatti, la ricerca paleoantropologica fa coincidere il rachitismo osseo, segno di sottoalimentazione endemica, con la comparsa delle cosiddette grandi civiltà urbane storiche, mentre ricerche etnografiche (P. Clastres) hanno documentato il perentorio divieto di stupro tra i selvaggi. Perché uno studioso e scrittore arguto e dotto cade tal improvviso delirio mentale?

Per cercare di capirlo andiamo a un articolo affine, comparso nello stesso giorno del memorabile parto intellettuale di Ceronetti, sul New York Times: una indagine sulla libertà di pensiero in Europa: che ne denuncia la crisi, citando a prova due sentenze della magistratura francese e italiana: la condanna di un giornalista francese a pagare un euro ai querelanti rabbini parigini per aver sostenuto comportamenti nazisti dell'esercito ebraico in Palestina; e la condanna di Oriana Fallacci in un tribunale italiano, il suo reato aver sostenuto in uno scritto che l'islam è una religione che insegna l'intolleranza ergo religione barbarica.

Per quale ragione il fondamentale postulato illuministico volteriano della libertà di parola, poi ripreso dall'utilitarismo benthamiano e fatto proprio dai liblab di tutto il mondo, viene ormai ignorato dai tribunali europei, dove prevalgono pregiudizi teologici di tipo paraislamico?
L'articolista del Times newyorkese mentre non osa misurare quanto ormai di niente disti l'Europa dal modello komejnista, cerca però di spiegare questa deriva attraverso la storia del continente: le sentenze dei tribunali contro la libertà di pensiero sono, per il giornale USA, da imputare all'effetto perverso del nazifascismo, che si impose in Europa attraverso una sistematica falsificazione del pensiero, una retorica perversa, che ha insegnato a diffidare appunto dalla libertà di pensiero.
In questa conclusione vediamo all'azione un riuso arbitrariamente interpretativo dei fatti della storia e delle dottrine che li hanno generati e/o preteso di guidarli. Siamo davanti a un discorso metalogico perfettamente parallelo a quello ceronettiano sullo stupro. Ma come nasce questa metalogica, che cosa sottende?

Per capirlo dobbiamo anche noi tornare alle caverne, dove abitavano i primi gruppi di homo faber: il costruttore di utensili che ha inventato e trasmesso un sapere tecnico, poi asceso a modelli scientifici attraverso il linguaggio universale matematico.
Questa crescita del sapere sulla natura, e anche sull'uomo come parte della natura, ha trovato, a partire dalla filosofia greca, una formalizzazione fondata sull'intuizione delle leggi della razionalità naturale, la cui empietà è però immediatamente sembrata evidente e pericolosa, soprattutto a quei gruppi che fondavano il loro potere su vecchi miti religiosi, governavano la società attraverso i riti sacrificali. Questi gruppi soprattutto si sono mostrati tenacemente restii ad accettare il principio di non contraddizione e di causa ed effetto, che guidano ogni percorso deduttivo, verificano ogni modello interpretativo, e producono, davanti all'ignoto, il socratico: so di non sapere. Contro questa cultura fondata sul mondo della natura, cultura ex ipotesi egualitaria, nel mondo di Socrate si scatenò la sofistica: uso arbitrario della scienza naturale, subordinata ai miti religiosi.

Socrate fu condannato per aver irriso i valori populisti difesi dai Ceronetti del suo tempo, gli eterni sofisti al servizio del potere, che ogni volta ricostruiscono il mondo intorno alla visione di una cattiva materia, una natura maligna, a nascondere le truffe, le ruberie del potere, che da sempre retribuisce lautamente questi sofisti, li vuole celebrati e celebri, per il forte interesse al diffondersi delle loro stupidità esemplari, che integrano verità e racconti mitici al servizio del potere, costruiscono racconti dove le donne stuprate sono "povere stupratine", ma per colpa loro o dei loro babbi e mamme, che non hanno spiegato loro che nell'hic et nunc Italia arrivano barcate di giovani islamici sbandati, che si affiancano a vaganti zattere domestiche di meno giovane mondo di zii e padri anche loro in troppi con la condanna naturale alla forte pulsione sessuale cavernicola.

Se nell'articolo di Ceronetti la questione fosse soltanto l'uso da parte del suo autore improprio ed eversivo del sapere scientifico per ingannare la gente e servire il potere a campare lui, non varrebbe la pena d'una confutazione; ma nell'articolo di questo intellettuale italiano: questo maggiorato mentale che ragiona davanti ai fatti della vita come un tifoso di calcio davanti ai dettati arbitrali, che comprende e legittima lo stupro fisico perché campa di stupri mentali, sono all'opera alla grande quei meccanismi di retorica falsificante dei modelli scientifici che ci permette di vedere che cosa bolle nelle pentole mentali dei facitori nostrani di leggi e catechesi varie. I facitori di una legge come la 40 sulla procreazione assistita, o delle leggi che permettono ai più grandi truffatori di tutti i tempi: i truffatori della banda Tanzi, di mai andare in galera. O ancora, a un giudice di assolvere uno stupratore perché il pantalone di jeans della stuprata era così stretto che poteva essere sfilato soltanto con la collaborazione della 'povera stupratina'. E dove c'è collaborazione non c'è stupro. O ancora, perché altri magistrati non ordinino neanche gli arresti domiciliari per una banda di nostra stupratori comaschi: perché? Perché lo stupro aborigeni su aborigena non è previsto dal modello Ceronetti?

Oh bel Paese dove il sí (capisce poco) dolce suona.


 

 

 


Da librolandia e dintorni


Una nota d'uso sulle scritture italiche in margine salone del libro di Torino

Venerdì scorso 5 maggio ci avevo provato: entrare negli spazi espositivi del salone del libro di Torino al Lingotto fiere. Fortuna che ero andato con il tram, perché il parcheggio, una vera piazza d'armi dove una volta, ai dì che la città andava, si stoccavano alcune migliaia di auto, era esaurito.
File di cento metri alle biglietterie, e idem all'accredito stampa. Ho dismesso ogni idea di infilarmi nell'epico carnaio, e posposto il mio passaggio alle ultime ore della manifestazione, lunedì 9 c.m., nell'intanto chiedendomi: in un paese che ha il primato europeo della non lettura, che cosa attira una tal massa a pagare un biglietto di sette euro per accedere a una manifestazione che è poi soltanto un insieme di bancarelle in uno spazio chiuso?

La ragione forse è in nuce in un'affermazione di Franco Fortini, dalla quale sono ormai lontano quasi quarant'anni: "Questo è un paese senza più una vita culturale." Fortini si riferiva alla Milano degli anni della contestazione, dove la politica aveva fagocitato tutto, e alla fine sé stessa, per poi lasciare il posto a quella identità postculturale anni Novecetoottanta che dura e ben si esprime con l'egemonia degli stilisti di moda che, provincia dopo provincia dello spirito, si sono annessi anche i sanitari, dal WC alle piastrelle. In questa incultura organizzata dallo stile, inevitabilmente la copertina surroga il libro, la quarta o l'ala diventa la sua lettura, prima di collocare il volume nel luogo deputato: la libreria, anch'essa un elemento dell'arredo domestico.
E infatti il principio che ha governato la costruzione, anno dopo anno sempre più precisandosi, del salone del libro di Torino è l'idea di arredamento. Per cinque giorni all'anno il capolavoro di architettura industriale della fabbrica dismessa si trasforma in arredo urbano librario. Una passerella di libri, dove primeggiano i libri alla moda, mezzo incidentale per essere autori alla moda.

Il salone del Lingotto è, per le grandi masse giovanili che vi accorrono, il luogo di una sfilata, una variante della classica passerella. Soltanto gli editori e gli autori, o aspiranti tali, e gli organizzatori va da sé, non se ne sono accorti. Non si sono accorti che il libro sopravvive nella post modernità come puro oggetto d'arredo, e dello spazio fisico e dello spazio psichico interiore, in entrambi ormai elemento subalterno, tratto arcaicizzante di un sapere che si muove nella falsa oralità televisiva; che ha divorato quella cinematografica per essere divorata dall'internettizzazione. I giovani che percorrono il salone sono tutti usciti dal loro spazio virtuale dove si inseguono, per vivere il piacere estetizzante di un'esperienza arcaica: guardare il mondo com'era prima della rete cibernetica, visitare un museo interattivo, come appunto il teatro di Ronconi, o le tavole rotonde televisive dei politici.

Nel salone del libro del Lingotto il passato e il futuro si intersecano, con effetti di schietta comicità, ma non ancora formalizzata dai Grillo e Litizzetto, che nell'intanto non riescono neanche a scorgere la comicità surreale involontaria di un personaggio televisivo come il Fazio meteorologo. E della caricatura intervistavisiva di Marzullo aveva i tratti, infine anch'io approdato alla passerella lingottica il tardo lunedì scorso, l'editore che, d'un tono serioso da promotore finanziario mi offriva la sua raccolta di favole da tutto il mondo, trecento euro a volume, quattro volumi, vero investimento, la carta dell'edizione garantita settecento anni, e l'opera nel tempi si rivaluterà ecc ecc. Una pessima raccolta, mal illustrata, della qual cosa l'editore facendosene un vanto: lui ha scelto tra i migliori allievi di alcune scuole d'arte. Cioè ha scelto la via per non pagare l'illustratore, magari facendosi pagare.

E attraverso l'editore di favole-investimento siamo trapassati al mondo di una volta, quello che aveva il libro come strumento di conoscenza al centro. E che non lo sia più nulla lo dice quanto il rigurgitare di editori a pagamento: che si fanno pagare dalla Regione, da qualche banca o da qualche altra trovata di astrologia finanziaria, senza ovviamente rinunciare a spremere l'autore. D'altra parte sono anche loro al Lingotto spremuti dall'organizzazione del salone, che taglieggia gli spazi, ma ovviamente qualcosa al cambio deve dare, magari di cervellotico, di inventato. Ecco perché, in perfetta sintonia con le vanterie dei politici sull'economia che hanno gestito, gestiscono o gestiranno sempre in progresso, anche i padroni della fiera del libro, prigionieri del mantra dello sviluppo, millantano nelle dichiarazioni finali: 'Vendite in crescita del 30%.', salvo poi, per l'autorevole voce del presidente del Salone, venuto dalla politica ovviamente, ammettere: "Dobbiamo innovare, innovare, innovare." E per innovare che cosa ti inventa il Magno? Qual'è la megapensata della mente direttiva? Aggregare all'organizzazione quel grande genio che ha riscritto l'Iliade purgandola dalla violenza. Ovvero, sempre lui, l'Autore che il suo ultimo romanzo lo ha pubblicato con quattro copertine diverse, dichiarando che così un lettore ha delle alternative, una anche mettere in libreria le quattro varianti e dire: io Baricco ce l'ho tutto.

Sarà per la mia radicale avversione al vino bariccato, ma la versione pacifista dell'Iliade del Nostro l'ho trovata una pensata da padre Bianchi, priore delle Bose passato per una sbronza di barbera. Invece, la pensata di rifilare quattro copie identiche: stesse fesserie, stessi refusi, fascicolando l'opera con quattro copertine diverse mi è sembrata da Totò e Peppino quando vendono la fontana di Trevi. Il punto è: perché, oltre ai giovani, venuti a guardare un museo vivente, e come parte di quello agli occhi dei giovani, l'altra metà dei visitatori del salone, là dentro, negli spazi del Lingotto Fiere erano gente di mezza età, che nel suo piccolo stava comprando a go go tante fontanelle di Trevicino, lo scrivente compreso?

Valentino vola con una moto che lo fa disperare, Sciumi con la Rossa di Maranello fa miracoli: questi sono i fatti di cronaca sportelevisiva italiana rilevanti, eppure anche al salone del libro, quasi a ogni stand di cos'ho sentito parlare? Delle partite del campionato di calcio moggificate dall'Omero del mercato predatorio, che la ragiona con il calcio, come Baricco con l'Iliade. Baricco baricca la violenza, Moggi il risultato, poi la gente se la prende: perché?
Il mistero delle intercettazioni telefoniche sugli arbitri della Juventus muove dallo stesso principio del Codice da Vinci: spiegare il mistero. Il Codice spiega il cristianesimo una volta per tutte, ed ecco la ragione dei suoi duecento milioni di copie. E infatti il Nostro presidente del Salone del libro; quello che propone di potenziare il suo regno prendendo a ciambellano la ciambella Baricco, intanto cosa dichiara alla stampa? Che se: "… c'era gente che assumeva posizioni tantriche pur di poter ascoltare quello che lui leggeva, quello che lui declamava, quello che lui proponeva …" - va da sé che lui è issoBaricco, - ma però, lamentava intanto il Presidente del Salone, il vero Lui non è venuto, l'uomo che ha venduto oltre duecento milioni di copie mentre il nostrano lui, che fa fare posizioni tantriche al pubblico del Lingotto per arrivare a ventimila copie della sua Trevicino ha dovuto farsi quattro copertine.

Che cosa regge questa manicomialità?
Sapere le cose segrete e dare loro una forma manifesta è tutto? Ma questo 'tutto' non è solo la logica che governa 'Il codice da Vinci'; è da sempre la logica della scrittura; contro la cui logica, da sempre, resiste chi sulle cose segrete ci lucra e spesso su segreti che non ci sono affatto, e appunto per questo il loro niente va difeso.
Sono, questi libri, come i vestiti dell'imperatore della favola, che è davanti agli occhi di tutti che non ci sono, ma tutti li vedono, per convenienza. Da qui la forza irresistibile dei vari 'Codice da Vinci', cattivi libri che servono, con il loro niente, a nascondere il perverso tutto che si occulta nel potere quando diventa logica del dominio.

Non solo l'incriminato e vaticanamente perseguitato Codice, ma purtroppo la più parte dei libri in vendita sulle bancherelle della fiera del Lingotto spaccia questo "niente", lo propaganda come un "tutto", ben compendiato in titoli altisonanti ed esemplari quarte di copertina.
Uno di questi 'tutto' esemplari, stando ai si dice addirittura il codice da Vinci, per vendite, del Salone, è l'opera di una personalità religiosa che ha fondato uno dei luoghi più descritti e frequentati della cattolicità contemporanea: il monastero delle Bose sulla Serra di Biella. Almeno stando all'articolista della Stampa Giovanna Favro, in fiera la casa editrice Einuadi ha esaurito a più riprese l'opera del priore delle Bose Enzo Bianchi 'La diversità cristiana'; un Trevicino che se non ha quattro copertine, ma almeno nel titolo ad originalità non batte quattro a zero il libro di Roberto Vecchioni 'Diario di un gatto con gli stivali'. Anzi, in questo titolo acquistatissimo in fiera dell'aedo dell'Altissimo consuona come una rivisitazione di quella realtà trista e aggressiva che furono i libri degli anni settanta, quando appunto circolavano, sotto titoli altisonanti, rifritture del solito vecchio buon marxismo, riproposto come l'insuperabile strumento per capire le nefandezze del mondo capitalista, e nel contempo spiegare come invece la strada del paradiso fosse lì vicino, per mutuare dal romantico anarchicheggiare di DeAndré.
E dall'edizione "Stampa Alternativa" ho ritrovato la riedizione di uno dei testi sacri di quella realtà, attraverso il cui rovesciamento surrealista il Priore delle Bose ha costruito il suo immaginifico titolo. Infine, reclamizzato come 'Edizione integrale', ho ritrovato, ormai diventato volumone, il memorabile scritto di Pio Baldelli 'Informazione e controinformazione'.

Insomma, al salone del libro imperversa, da destra a sinistra, la solita vecchia teologia, ma presentata come Novissima, e guai a dire che la logica che governa queste scritture di occultamento è quella che il Tommasi di Lampedusa descritta come: "tutto deve cambiare perché nulla cambi. Ma se qualcuno invece volesse davvero sapere come va inevitabilmente a finire a trafficare, dare spazio nella propria mente alle voci di quelli che parlano delle cose di cui invece si deve tacere in quanto non se ne sa nulla, consiglio di leggere con un po' d'attenzione il bel libretto della BUR 'Le maschere dell'intolleranza', che ripropone le lettere 17 e 18 di Ambrogio e la 'Terza relazione' di Simmaco. Tre scritti del quarto secolo, dove vengono a confronto, intorno a un fatto concreto: l'allora altare della patria di Roma, - il pacifista cristiano Agostino, che lo voleva fatto a pezzi, e il guerafondaio pagano Simmaco contrario alla vandalizzazione del monumento.
In quella disputa c'è anche la spiegazione di che cos'è l'integralismo islamico, come origina dalla scelta religiosa monoteista, e per quale via il cristianesimo, contro Gesù, si connetta al conguerrasantismo musulmano. Un Gesù il cui insegnamento antiterrorista, ergo antistatalista, si recupera in un libro che di recente "Il Melangolo ha riproposto, ed esaurito, come la Einaudi aveva il tomo del Priore delle Bose. Anche 'Il Melangolo' ha esaurito tutte le copie portate in salone della versione dei Vangeli di Piero Martinetti. Mi dice l'editore; "Abbiamo, nei giorni del salone esaurito del filosofo anche le copie portate l'antologia schopenhaueriana e del suo 'Pietà per gli animali', lo scritto filoanimalista più alto della nostra cultura. Un'opera che i giovani dovrebbero assolutamente leggere."

E così sono trapassato nella vera ragione che muove per gli spazi del Salone me e quegli altri che hanno esaurito il Martinetti; errare per i tavoli degli editori minori, quelli che difficilmente arrivano in libreria e alle recensioni, per trovare titoli come l'Emilio Lussu de 'Il cinghiale del Diavolo', ed. Il Maestrale, che altrimenti difficilmente scoprirebbero. E con il Lussu, il vero guizzante luccio della mia pesca al salone è stato il Carlo Michelstaedter 'Sfugge la vita, tacquini e appunti' Ed. Aragno euro 14'. Questo libro ci porta dentro il percorso formativo, l'ambiente culturale, le emozioni mentre diventano idee, di uno dei più grandi protagonisti della cultura italiana di inizi XX secolo, purtroppo suicidatosi a ventitrè anni, sopraffatto anche da uno sforzo intellettuale epico. Non si può non dire che grazie all'Editore che ci permette di poter ritrovare gli abbozzi delle poesie, i disegni, i frammenti di questo ingegno straordinario, stroncato, come Icaro, egli dal volo intellettuale verso il Sole della Conoscenza.

Accanto ai libri unici e singolari, e come alternativa, non ci sono però soltanto le Iliade bariccate. A spulciare un po' anche in editori d'area cattolica, scorrendo i vari titoli, si scovano scrittori come il teologo Umberto Casale 'Dio è uno ma non è solo' Ed. Mario Astegiano (pp 288 euro 10). L'ho trascelto dicendomi: infine una sua bella copertina anonima, niente disegnata, ma dentro le pagine si disegna una volontà onesta di capire come si sono determinate anche le 'altre' idee di Dio, fino alla singolare svolta buddista, per la quale: "Non essendoci nulla di sostanziale e di permanente non vi è neppure Dio: né come essere personale, né come essere sostanziale." (Op. cit. pg 60). L'autore, un collega del Priore delle Bose, ma preferisce tenersi dalla parte delle cose che si sanno, con la coscienza che qualcosa sanno forse anche gli altri. Insomma, con un po' di fortuna si possono ancora pescare libri decenti, non pervasi da operazioni di pura propaganda del nulla.

La Ragione è un universale fondamento nella persona, anche se la sua articolazione contro l'irrazionale del proprio tempo è sempre una conquista individuale, mediata da strutture culturali. Però la possibilità di scegliere la parte di Simmaco e non quella di Agostino, di Martinetti e non del Priore delle Bose è sempre decisa individualmente; il compito dei libri, quando erano uno strumento, favorire lo sviluppo, l'individuazione delle singole coscienze, ma la propria via bisogna anche avere il coraggio di cercarsela, come appunto i Lussu, i Martinetti e a loro modo anche i Baricco, i Priore delle Bose. È quella via alla salute inscindibile dal rischio estremo, come insegnano le pagine e il destino di Carlo Michelstaedter, forse appunto per questo non troppo noto, non troppo presente nel paesaggio intellettuale non solo del salone di Torino.

 

 

 

Anno 2005


Castro a tuttotondo
un articolo di
Diego Gabutti

Secondo Eugenio Selman, medico di fiducia della nomenklatura cubana, Fidel Castro camperà minimo fino ai 140 anni, due volte più a lungo dell'Unione sovietica. Si mordano le mani, nell'aldilà, le anime sante di Pol Pot e d'Evita Peron, di Pancho Villa e di Ho Chi Min, di Lev Trotzky e dei Tre Caballeros. Cuore d'acciaio, polmoni di ghisa, muscoli e nervi di cemento armato, il revolver alla cintura, un sigaro eternamente stretto tra i denti, il líder maximo è una specie di cyborg biblico, saggio e longevo come Matusalemme, supercorazzato come Robocop.

Nessuna vecchia cariatide totalitaria al mondo è popolare quanto il caudillo rosso dell'Avana. Soltanto il suo socio al cinquanta per cento nell'impresa della rivoluzione cubana, Ernesto Guevara detto il "Che", e il primo e più pericoloso dei suoi antagonisti, John Fitzgerald Kennedy detto JFK, hanno avuto altrettanta presa sull'immaginazione dei contemporanei. Erano entrambi più fascinosi e romantici di lui: Kennedy beveva champagne dalla scarpina di cristallo di Marilyn Monroe, Che Guevara anticipò di dieci anni Easy Rider e lo zen della motocicletta. Eppure Fidel li ha seppelliti entrambi e adesso occupa da solo l'intera scena. C'è un motivo: quelli erano dei semplici eroi, umani e fin troppo umani, tant'è vero che una pallottola ben mirata ha potuto liquidarli facilmente, mentre Fidel è un supereroe, al punto che vivrà fino ai 140 anni minimo. Castro è il personaggio, inoltre, d'una telenovela ideologica, anzi d'un drammone lumpen-elisabettiano, pieno di sorprese e colpi di scena: la crisi dei missili, una figlia ferocemente anticastrista, i tentativi della CIA di farlo fuori a mezzo di sigari esplosivi, il berretto da giocatore di baseball, l'amicizia con Maradona e la Sierra Maestra.

Su di lui vegliano le Giovani Marmotte del suo fan club planetario: la Gestapo cubana, Gianni Minà, gli Inti Illimani, Sabina Guzzanti, Oliver Stone, Jovanotti, il dott. Eugenio Selman e tutti insomma i "perfetti idioti latinoamericani", per citare il titolo d'un libro famoso su Castro e seguaci. Non sarà simpatico, avrà anche l'aria ottusa, sarà un campione di cattiva retorica, un po' quaquaraquà, un po' avvocaticchio. Però piace. A differenza degli altri leader comunisti del XX secolo, da Lenin al Presidente Mao, Fidel Castro non è mai stato un "pensatore" né tantomeno un "teorico": nel secolo delle parole vane e vuote, "castrismo" è una parola particolarmente vuota e vana. Però c'è chi guarda a lui come a un maestro di filosofia: per esempio Bertinotti e la Ferilli, altri due famosi maître a penser.

Uno scrittore cubano, Heberto Padilla, che un tempo gli fu molto vicino, diceva di lui: "Castro cambia piani e idee ogni volta che orina. Cuba è un paese governato dalla vescica di quest'uomo". Castro piace come piaceva Cicciolina. Piace che se ne stia lì, il revolver alla cintura, un sigaro stretto tra i denti, mentre fa pipì sui cubani con sguardo fiero e fiammeggiante, non un uomo in carne e ossa, ma una maledizione della mummia vivente. Be', "vivente" nel suo caso è dire poco. Stiamo parlando d'un uomo che camperà minimo fino ai 140 anni. Più a lungo di lui, tra le icone della sinistra immaginifica, vivrà soltanto l'Ulivo, che secondo Romano Prodi "è eterno, è millenario".


 







Gianteresio Vattimo

o
l'astrologia della realtà

"Come l'oro si mostra alla pietra di paragone in sua natura e titolo, l'intelletto si misura dal suo giudizio sulla pietra di paragone delle vicende del mondo", filosofa in un passo delle sue memorie Giacomo Casanova. E quanto esatta l'osservazione del grande veneziano ce lo conferma l'intervista televisiva del 12 ultimo scorso, rilasciata dal forse più noto metafisico italiano, l'onusto di lauri accademici e politici professor Gianteresio on.le vanitàmassima Vattimo, la cui penetrante intelligenza ha divinato l'equazione assoluta di filosofia della storia:

R(esistenza) (Italiana antinazista + irakena anti USA) = 0

Da dove svolgendo e semplificando:

Resistenza italiana antinazista = Resistenza irakena anti USA

Come il fine inventore della scuola filosofica nota nell'orbe e nell'urbe, tra gli orbi e i dotti di sapere metafisico come "Il pensiero debole" dimostra la ferrea consistenza logica della sua identità?

Afferma il fine Gianteresio metafisico del pensiero debole: come gli italiani più audaci e generosi, incuranti del pericolo, presero le armi contro il barbaro invasore nazista, e sono nella nostra epopea nazionale giustamente ricordati e tramandati, perché non dovrebbero similmente essere celebrati già oggi come combattenti per la libertà quegli irakeni che attaccano le truppe del corpo di occupazione della loro patria tra i due fiumi, comprese le italiane?

Onore a Gianteresio Vattimo, mente allenata alle leggi della logica, non si tira in dietro, non nasconde che i morti italiani di Nassiria se la sono cercata. La coerenza logica esige però che l'indagine, quando ha imboccato, come il filosofo torinese del pensiero debole, la strada della comparazione storica, si spinga un tratto oltre una generica indicazione dei puri eventi immediati, approfondendo e perfezionando le comparazioni storiche.

Tornando, da questo assunto, a quella Resistenza italiana tirata dal metafisico nel suo valzer paralogico, ad evitare che diventi pura simmetria astrologica, occorre proseguire e dettagliare nella ricerca delle identità strutturali. In questo disegno, qui assimiliamo i patrioti irakeni che hanno accoppato un po' di nostri nazicarabinieri ai resistenti di via Rasella, ma simili cause, anche nelle scienze umane, dovrebbero produrre simili effetti. E invece non è assolutamente così: a Nassiria non c'è l'equivalente delle Fosse Ardeatine, la popolazione civile, e neanche i carcerati sono diventati lo spazio di rappresaglia. Non si è neanche progettato un pensiero di rappresaglia, che appartiene invece ai sedicenti resistenti irakeni.

A partire dal concreto dei fatti, quella che Vattimo denomina "la gloriosa resistenza irakena", ha un parallelo nella storia italiana del dopo otto settembre 1943. Per spiegare la resistenza irakena il termine di riferimento italiano è l'esercito di Salò, che tentò anche di infiltrarsi nelle retrovie degli eserciti di liberazione, e definiva gli americani proprio come li rappresenta oggi l'immaginario del sedicente Fronte di Liberazione Antimperialista", dove nazisti, heideggeriani, terroristi della terza pagina e del plastico, islamisti e fanatici del bolscevismo si ritrovano in un infernale, ributtante universo identitario, che non indietreggia dinanzi a nessun vituperio mentale: neanche all'assimilazione dei terroristi d'ogni fronte a quanti combatterono e patirono martirio appesi a ganci da macellaio, nelle galere della X mas e delle SS: che infatti trovano nuovo compianto in libri che si propongono la riconciliazione e la riabilitazione dei carnefici, resi vittime ieri dalla sconfitta militare del nazismo; e così oggi i saddamisti.

L'odio ideologico, somma spesso di grandi ignoranze culturali e piccole vanità personali, porta, a discendere dai protocolli di Sion, a falsificazioni perverse della storia, come appunto ne ha recitata una il filosofo di via Po, in una ascesa metafisica da monte dei Cappuccini assimilando la Resistenza al terrorismo irakeno: invece frutto dell'odio e della paura della libertà, ovvero segmento di storia nel verso e nella direzione opposto e inassimilabile a quello della Resistenza italiana al nazifascismo.
Come il metafisico prof. Gianteresio on.le vanitàmassima Vattimo ha potuto non vederlo?

Una testa di calvo intellettuale che campa di parrucche di pensieri altrui, quando pensa in proprio, inevitabilmente non riesce a concettualizzare, concluderebbe, qui giunto, Giacomo Casanova.








Beppe Fenoglio e i letterati alla Nutella


Tra martedì 13 e giovedì 15 novembre 'La casa della letteratura' di Roma ha ospitato un simposio di critici impegnati su quella irsuta piega di scrittura nota come piega Fenoglio. Pagava la festa la fondazione Ferrero di Alba, ovvero la Nutella. Si può immaginare un triangolo più perverso e improbabile? Eppure s'è consumato perché, come spiega Pirandello, il bizzarro e il miracoloso è l'ordinario nella vita: non è forse stato mandato in Africa Craxi , e non a conquistare Cartagine, e affidata l'Italia a Berlusconi? Ma bando al meraviglioso, e cerchiamo invece di denutellizzare una volta per tutte Beppe Fenoglio. Ovvero sgromargli di dosso la nomea di memorialista della Resistenza: che sta a Fenoglio, per dirla con Angelo Jacomuzzi, come la guerra di Troia sta ad Omero.

Un buon avvio è partire dal primo romanzo scritto dal Nostro: 'La paga del sabato' e pubblicato postumo da Einaudi. Del libro due capitoli, extrapolati e ridotti a novella, saranno poi inclusi nell'opera prima di Fenoglio,comparsa nei vittoriniani 'Gettoni', 'I 23 giorni della città di Alba' (1952). 'La paga del sabato' Vittorini si rifiutò di pubblicarla perché romanzo scandaloso ai costumi dei tempi - anche se poi per l'Italia sono sempre quelli: si vedano oggi le barricate cattoliche contro il film tedesco su Lutero.

'La paga del sabato' offendeva sia la morale comunista civile pubblica che la morale sessuale cattolica d'ambito familiare privato. Se voleva pubblicare, il Beppe di Alba doveva conformistizzarsi. Ci provò nella raccolta di novelle: 'I 23 giorni ...', ma mandò in bestia tutto il mondo di postexfassisti letterario, che la Resistenza non l'aveva fatta, e appunto per questo si sentiva in diritto di ragionarne competentemente. E Fenoglio, a riconformistizzarsi scrisse alla maniera del realismo socialista quella straordinaria novella che è 'La malora', ma intanto era stato deciso che doveva essere fuori dei giochi della cultura. Era uno che al tavolo dei letterati si scaccolava nello stile scorretto: anche sul realismo de 'la Malora' ci fu chi trovò da ridire, accusando l'opera di pessimismo borghese post verghiano. Purtroppo anche la critica letteraria, come tutta la critica, esiste ex post: è fatta per misurare il vecchio, contro gli spigoli del nuovo può solo prendere cantonate, al più arrivando a capire il bizzarro, il singolare, l'avanguardia appunto. Fenoglio è invece di quella linea di scrittura italiana che si fonda sul reale, attraverso una sua appropriazione retorica dichiarata. Fenoglio segue, la sua poetica è quella che Dante enunciò definendo l'arte 'finctio retorica'. Lo si coglie anche nella minima unità narrativa d'ogni sua pagina: "Allora il Biondo offrì il suo mitra, ma nessuno poteva accettare il mitra del Biondo. Come disse Polo, era come farsi imprestare la penna da Dante Alighieri ... - Il partigiano Johnny, X"

Attraverso una retorica di metafore e sintagmi esibita, immediatamente i personaggi si stagliano senza necessità di alcuna belluria di notazione psicologica, che invece caratterizza l'altro grande versante letterario; quello dei mimetisti sentimentali, il cui archetipo nelle patrie lettere è il non perfettibile Francesco Petrarca, dal quale discendono tutti i canoni letterari cortigiani europei, dove uno è il canone umile manzoniano. Di ascendenze petrarchesche però il manzonismo passa per i modelli della lingua e letteratura francesi, ottima lingua e letteratura, ma entro le cose di Francia, paese bigotto anche quando laico: non a caso vinse la rivoluzione giacobina, e per farla sgombrare si ricorse alla più vieta paccottiglia storica: il quinto o diciottesimo remake di impero romano, montando sulla seggetta il Nano, che come tutti gli italiani esterofilo per vocazione, lavorò a far danni al nostro paese (si veda G. Ferrero, Avventure, Guanda 2001), riuscendoci come neanche poi Mussolini. Un'appendice dei disastri Napoleonici è la scrittura manzoniana. Dun Lisander è il primo degli scrittori italiani a tradurre la sua lingua da una lingua neolatina. Fino a lui chi scriveva in italiano, teneva presente il latino: vedi Foscolo, Leopardi, ma Lisander era in testa francese: ecco anche perché sentirà poi la necessità di sciacquarsi i panni in Arno, prendendo, come scrittore, la più incredibile delle cantonate. Il fiorentino è soltanto un dialetto dell'italiano, ma non per dun Lisander quando si piccava di filologia.

Purtroppo, non solo in economia la moneta cattiva scaccia quella buona: la lingua tradotta manzoniana divenne il canone del romanzo italiano; lingua opaca di 'Piccolo mondo antico'' e poi giù giù fino ai Moravia e moravizzanti vari tamarricamente taroccanti, ma ogni vero scrittore la lingua italiana manzonizzata non la accettò mai. Già i tre grandi scrittori post risorgimentali Imbriani, Faldella e Verga lavorarono su strutture sintattiche e su un vocabolario recuperati dalla tradizione del realismo dantesco, poi precisato nella direzione borghese latinizzante dal Boccaccio. Questi tre scrittori produssero un immenso arricchimento sintattico e retorico della nostra lingua ma la critica incrocianita (qualche lodevole eccezione c'è però sempre stata) ha saputo tenacemente non tenerne conto, ormai presa dal gusto bariccato francese. E infatti anche Gadda tribolò a imporsi, ma mentre la scrittura di Gadda recupera le strutture latine dell'italiano, in Fenoglio la contaminazione dichiarata dell'italiano è con la lingua neolatina forse da esso più distante: l'inglese, nella coscienza che l'inglese sta all'italiano come il greco al latino.

L'inglese di Fenoglio è il simmetrico opposto del francese di Manzoni. Manzoni parla il francese perché è la lingua del potere, Fenoglio si volge all'inglese perché è la lingua della rivolta puritana ed è la lingua della nazione più invisa ai fascisti. Già prima di arruolarsi nell'antifascismo militante Fenoglio ha fatto la sua scelta linguisticoletteraria antifascista, a straniare il proprio pensiero dalla retorica occultata nei sentimenti, il velenoso gas tossico mentale che il fascismo diffondeva. L'inglese è per Fenoglio una salvifica maschera antigas, che poi si rivelerà anche il grande filtro contro l'altro velenoso gas che sente diffondersi: la retorica comunista.

Come abbiamo visto, Fenoglio la incontra da subito (Vittorini), nel suo sviluppo di scrittore. Questa retorica lo pone davanti a una scelta, che sarà quella non solo di tutti gli scrittori della sua generazione, ma di tutti gli intellettuali: o aderire alla retorica cattomarxista o l'esilio interno. I più capitoleranno, e ci sarà perfin chi, come Fortini, cercherà di immaginare una retorica marxista tutta sua. Non Fenoglio, esule in Alba che, proprio per il coraggio della sua scelta, come ha scritto Giampaolo Dossena (I luoghi letterari, ed Sugar 1970), diventa negli anni '950-60 la capitale della letteratura italiana. E' un'Italia intellettuale laica nella morsa cattocomunista, vero arcipelago di esuli interni, e uno è Geno Pampaloni, appunto per questo ai miei vent'anni letterari diffamato velenosamente.

Se Fenoglio resta presente nel paesaggio letterario degli anni '960-70 è perché Pampaloni lo ha riproposto, come un altro dissidente letterario, Piero Ravasenga (si veda in P. Ravasenga, Roma Divina, ed. Stampa Alternativa, Viterbo 2001). Fenoglio pubblica, su istanza di Geno Pampaloni, da Garzanti, tre capolavori: il libro di racconti 'Un giorno di fuoco' e i due straordinari romanzi brevi 'Primavera di Bellezza' e 'Una questione privata', già postumi, ma ai quali lavorò con il conforto di sapere che sarebbero stati editi.

Secondo una dottrina invalsa, le due novelle non sarebbero altro che capitoli estratti da una grande cronaca partigiana, della quale il Johnny sarebbe il palinsesto. Ipotesi credibile soltanto se le due novelle contengono elementi strutturali comuni al Johnny. Ma se la prima può essere pensata una sorta di prologo all'epopea di Johnny, uno dei più tenaci frequentatori dei manoscritti fenogliani, Lorenzo Mondo, nel suo saggio su 'Una questione Privata' per la tre giorni romana della Nutella, ricostruisce il processo di invenzione autonoma della 'Questione', attraverso le riscritture, ma così automaticamente confutando la tesi del Johnny palinsesto.

Nella tesi di Mondo però il Johnny diventa un romanzo abbandonato perché l'uomo Fenoglio si stava deideologizzando del mito partigiano, per cui 'Una questione privata' è una presa di distanza dalla sua gioventù di resistente, un passo verso la maturità. Ma a questa tesi si oppone la questione del mai scritto capitolo 8, del 'Partigiano Johnny, del quale sappiamo la trama e del suo contesto, che ha al centro una meditata riflessione sul comunismo nell'Italia della Resistenza.

Se il nemico frontale è il fascista, già nei capitoli d'attacco del Johnny: quelli nella città di Alba post badogliana, mentre è chiaro che si dovrà combattere, il problema è su quali posizioni e per quali traguardi. Fenoglio enuclea il problema attraverso il confronto tra Cocito e Chiodi, ovvero tra cultura marxista e laica. Indicati col loro nome anagrafico, Cocito e Chiodi sono due professori di filosofia, che sono stati maestri di Fenoglio e se ne disputano "l'Anima" mentre stanno entrambi per entrare nella Resistenza. Cocito sarà ucciso dai tedeschi, Pietro Chiodi, poi professore di filosofia all'università di Torino, sarà anche l'autore di uno straordinario libro documento sulla lotta partigiana 'Banditi'.
Che cos'è questo comunismo che viene avanti: lo si deve accettare o combattere come altra forma di fascismo? Questo è il nucleo speculativo del grande romanzo di Fenoglio. Romanzo perfezionato fino alla frase conclusiva: "Due mesi dopo la guerra era finita." nella meccaniuca narrativa, ma della cui forma retorica Fenoglio non era soddisfatto, perché il grande tema della questione comunista non aveva ancora trovato l'adeguata formulazione.

Non si capisce il Johnny se non si scorge che la struttura dell'opera è determinata dalla questione comunista: la necessità di indagarla e chiarirla, darne una esatta esposizione e convincente determina i capitoli e i personaggi. Un solo esempio basta a chiarire. Tito è il primo partigiano che Johnny, salito in Langa ad arruolarsi, incontra. Ha sul cappello una stella rossa e Johnny gli domanda: "Sei comunista?". Altrettanto chiaro è Tito: è tra i partigiani per combattere i fascisti, e a guerra finita non accetterà di essere preso per comunista, anche perché non sa chi siano. Ma poi Tito morto in battaglia, dopo che il prete lo avrà benedetto, sarà sepolto come comunista per ordine del commissario Niméga, al quale Johnny: "Che hai fatto! Tito non era affatto comunista." Ma Niméga il commissario con perfetto sillogismo gesuitico, a legittimare la bandiera rossa, dove avvolto, è stato sepolto Tito: "Non è la bandiera del suo reparto? ... Sia chiaro, Tito è un morto garibaldino, è un morto comunista." Tutta la scena è di chiara invenzione retorica, battaglia di idee a contestare un processo di travestimento, molto manzoneggiante, della realtà. Nei funerali di Tito l'identità nazionale futura cattomarxista è già individuata. Fenoglio nel Johnny sta ricostruendo un flusso storico che non gli piace. Sta mostrando dentro la lotta partigiana l'altra posteriore lotta in fieri: tra visione laica e dogmatismo clericomarxista. Questo è il grande tema del Johnny, la ragione della sua straordinaria importanza ed il perché l'opera non era finita quando Fenoglio morì. Egli voleva creare con il suo Johnny quel grande strumento esplicativo che mostrasse il rischio, la minaccia in apparizione nella società italiana, che ne è stata travagliata per tutto il XX secolo e ancora ne vive gli ultimi fuochi. L'attacco all'illusione nell'ideologia palingenetica, la necessità di speranza e le sue trappole: questo fa del Johnny un libro straordinariamente importante e di Fenoglio il più grande scrittore della seconda metà del XX secolo, e uno dei grandi maestri della nostra letteratura. Ed è tempo che in questa chiave vada letto e insegnato ai giovani, e così insegnando loro la Resistenza in tutta la sua complessità.

La mente non è il palato: il palato gode della nutella, la mente ne è invece pericolosamente letificata, perché distolta da quella radice del conoscere che Dante definisce amara. E amara fu la radice del conoscere anche per Beppe Fenoglio. E lo è sempre.

 

 


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